Bem partì sul momento per Piski. Io solo lo accompagnai.
Trovammo effettivamente i 7700 uomini ed i 28 cannoni. Il 9 febbrajo eravamo di nuovo di fronte agli Austriaci.
Questa battaglia fu drammatica. Gli honved respinsero il nemico, che si avanzava sul ponte di Sztrigy dinanzi la città, poi traversarono il fiume sopra dei banchi di ghiaccio che galleggiavano, e li caricarono. Gli ussari di Mathias indietreggiavano. Bem, malgrado la violenza della febbre che la ferita e la lunga corsa al galoppo gli avevano data, venne a prendere il comando. Lʼinimico fu respinto in disordine, la cavalleria gli diede la caccia. Ma ecco che ci cacciamo dentro ad unʼimboscata. Il nemico prese lʼoffensiva. Noi avevamo consumato tutte le munizioni.
—Come! quei facchini, gridò Bem, ballerebbero colla musica che abbiamo pagata noi. Alla bajonetta dunque!
Gli Austriaci anchʼessi non avevano più munizioni.
La sera, eravamo padroni della vittoria, che era dubbia al mattino, che ci sorrideva a mezzo giorno, e che ci abbandonava alle tre.
Bem, col suo infallibile colpo dʼocchio, vide allora la posizione della campagna.
Puchner non aveva più base alle sue operazioni.
La nostra base, la più sicura, la più favorevole, era il paese dei Siculi, amici nostri, ove avremmo trovato uomini, armi, provvigioni dʼogni fatta.
Bem ordinò allʼistante una maravigliosa marcia di fianco. Passammo fin sotto le mura della fortezza di Karolyvar, sotto il fuoco del cannone nemico. Ci arrampicammo per delle montagne coperte di neve, irte di precipizi, sdrucciolanti, a picco sopra voragini che ci aspiravano, circondati da un uragano che ci toglieva il respiro, e soffocava uomini e bestie. Scivolammo sopra dei campi di neve indurita, che talvolta cʼinghiottivano, passando per delle gole ove quattro uomini di fronte avanzavano a stento, bloccati dalla tempesta che sʼingolfava col rumore e la forza di una batteria tuonante di cannoni. Valicammo dei torrenti, che trascinavano dei massi di pietra e dei massi di ghiaccio, formando dei turbini traditori, gli uomini ajutando le bestie, tirando colle braccia lʼartiglieria, carichi di bagaglio, mal nutriti, vestiti insufficientemente, gelati, senza tende, senza riposo, senza sonno... E cantavamo i ritornelli di Petőfi, che marciava sempre alla testa, e che era primo sempre alla mischia, mentre gli echi della montagna ripercuotevano i viva a papà Bem, e ripetevano la famosa strofa sopra la barba del generale polacco, che Petőfi chiamava «uno stendardo bianco!»