—Cosa si fa, generale? gli chiesi.
—Per dinci! quando non si può difendersi, si attacca, rispose Bem senza levare di bocca la pipa. Fate suonar la carica.
Fummo schiacciati. Il nostro esercito si trovò ridotto a 1300 uomini, 6 cannoni, e punto di munizioni. Arrivammo a Szerdahely. I Sassoni diminuirono ancora le nostre forze, uccidendo i nostri feriti, che Bem faceva sgombrare sopra Szasz-Sebey. Un grido dʼindignazione si alzò. Bem non ebbe il tempo di puntare i suoi cannoni. I soldati si scagliarono, bajonetta in mano, sulla città. Mezzʼora dopo, essa era spazzata dai nemici. Bem si stabilì dietro una cinta fortificata, che improvvisò. Puchner non ci lasciò tranquilli neppur là.
—Codesto diavolo dʼuomo non mi lascia neppure il tempo dʼempir la mia pipa. Va bene. Così facciamo economia di tabacco. Andiamcene, ragazzi.
E sempre lottando, senza esser mai intaccati, arrivammo a Szaszvaros. Bem fu ferito alla coscia da una scheggia di mitraglia.
Il 7 febbrajo ci arrivò un rinforzo: due compagnie di honved e due squadroni di guardie nazionali a cavallo. Inoltre essi ci fecero conoscere che erano seguiti da 7700 uomini con 28 cannoni. Puchner venne a offrirci battaglia di nuovo; Bem lʼaccettò.
—Facciamo una burla ai nostri fratelli, dissʼegli. Quando arriveranno, troveranno lʼaffar fatto. Tarde venientibus ossa. Avanti.
Fummo ancora battuti, e perdemmo i nostri ultimi quattro cannoni.
—Quei monelli hanno preso la gotta per via. Andiamo a vedere come sta la cosa.