Tre giorni dopo, il 9 aprile, Damjanich e Klapka rompevano Götz alla testa di 12,000 uomini a Vacz; dieci giorni dopo, il 19, questi due stessi generali, con 18,000 uomini, vincevano la battaglia di Nagy-Sarlo, ove il generale Wohlgemuth comandava a 26,000 Austriaci. Görgey non si allontanò dal suo quartier generale di Leva. Si marciò in avanti per sbloccare Comorn, e vi si riesci dopo due ore di combattimento. Görgey arrivò alla sera. Gaspar, secondo la sua abitudine, non arrivò punto. Gli Austriaci avevano abbandonato Pesth, e si ritiravano su Vienna per la via di Raab. Görgey avrebbe dovuto inseguirli, e rientrare con loro, o prima di loro, nella capitale degli Absburghi. Egli preferì ritornar sui suoi passi per cacciare la guarnigione austriaca da Buda, ove si era rinchiusa.

Nel frattempo, un grande atto si compieva a Debreczin, un gran delitto a Vienna.

LʼAustria infliggeva a sè stessa il disonore dʼinvocare lʼassistenza della Russia—ed era un ungherese, il conte Enrico Zichy, che accettava lʼinfamia di andare a chiedere il soccorso dello czar.

Kossuth proponeva alla Dieta la decadenza degli Absburghi.

VII.

Era il 14 aprile 1849. Questa data segna unʼepoca nella vita e nella storia del popolo ungherese. I primi soffi della primavera intiepidivano già lʼaria. Il cielo era grigio-chiaro, il che velava forse lʼinfinito, ma addolciva lo sguardo. Il sole provava i suoi primi raggi. La neve sʼera sciolta, ma lʼimmensa pianura trasudava una nebbia bianca, leggiera, allegra, che il venticello dellʼaurora smuoveva, stuzzicava, le dava la vita della lama agitata. Si sarebbe detto che il mar Bianco avesse scavalcato le steppe della Russia, franta la cintura azzurra dei Balcani e dei Carpazii, e si fosse rovesciato tutto fremente sul paese piatto del Danubio. Tutte le campane delle torri bizantine di Debreczin suonavano a gloria. La città si adornava come per una festa, un gran movimento di persone e di parole animava le vie.

Debreczin è una città di 50,000 anime, il centro della razza magiara. Le donne con gli usatti maschili, colla casacca di pelle dʼagnello, il pelo al di dentro a causa della freschezza del mattino, ornata dʼastrakan e di ricami in lana di varii colori, un fazzoletto di cotone o di seta sul capo legato sotto il mento, i capelli intrecciati dietro la testa con una quantità di fettuccie; le donne, dico, erano superbe di non portar più alcun ornamento dʼoro o dʼargento: esse avevano offerto tutto alla patria. Non si vedeva più un anello, una collana, un paio dʼorecchini sopra le donne ungheresi, principalmente su quelle della classe del popolo; avevano tutto dato come dono patriottico. Gli uomini erano tutti, in una maniera o nellʼaltra, armati. LʼUngherese è grande, solidamente costrutto; ha la faccia aperta, lo sguardo franco, della vivacità nello spirito, una personalità che conosce sè stessa e si confessa quale è, nonostante lʼincoerenza delle idee, la leggerezza dei propositi, la vanità generata dalla bellezza della razza—tutti sapendosi nobili, o credendosi tali. LʼUngheria sembra abitata da un popolo di gentiluomini. In mezzo però a tanti grandi e leggiadri uomini, a tante belle ed allegre donne, tutti dallʼaria felice, ben nutriti, ben alloggiati—i contadini avendo dei bei poderi che lor danno da vivere, ed i borghesi, in poco numero però, esercenti una professione od unʼindustria—, si introducevano dei mendicanti che mostravano delle piaghe schifose—loro strumento di lavoro—, o un nugolo di zingari color cioccolatte. Tutta questa gente si dirigeva verso la sala ordinaria della seconda Camera—il Collegio riformato di Debreczin—e lʼinvadeva.

La Dieta aveva discusso in comitato secreto, durante due giorni, la decadenza della Casa di Absburgo, ed aveva deciso di deliberarne pubblicamente in quel giorno. I magnati si erano riuniti ai deputati, e si mischiavano a loro, vestiti del loro mantello di velluto rosso, celeste o nero, impellicciato dʼastrakan, di martoro zibellino, coperti dal Kalpack nazionale con un pennacchio di pietre preziose e penne dʼaquila, la cintura, la collana e la sciabola tempestate di turchesi, di rubini, di perle e di granate orientali. Questo costume teatrale, quello che portavano alla Corte, dava uno scintillamento abbagliante allʼassemblea, ed aumentava la solennità. La sala era troppo piccola; la folla, che vi soffocava, si portò al tempio riformato, e fece proporre alla Dieta, da uno dei suoi membri, di trasferirvi per quel giorno la sede delle deliberazioni. LʼAssemblea si condusse immediatamente alla chiesa protestante, ed occupò il posto ai piedi e dirimpetto al pergamo, lasciando al pubblico il resto della chiesa e le gallerie. Paolo Almasy, presidente della seconda Camera, e Pérényi, presidente della Tavola dei magnati, si stabilirono alla presidenza: Kossuth ascese alla tribuna. Il silenzio era perfetto. Alla vista di Kossuth, un fremito scosse la folla come scintilla elettrica, ed un evviva immenso e prolungato risuonò sotto la volta. La Dieta, magnati e deputati, fece eco. Fu un abbarbagliante sfolgorío di berretti piumati agitati nellʼaria, uno strepito di sciabole risuonanti rumorosamente. Lo spettacolo divenne sublime.

Pochi uomini hanno avuto la fortuna di Kossuth. Come Washington, egli fu lʼanima, la fede di un gran popolo, e si mostrò degno della sua parte. Kossuth è una delle più belle espressioni del tipo magiaro, Lʼocchio ceruleo, ardito, fiero, la testa alta, il contegno nobile, il portamento altiero; egli domina col suo gesto, impone il rispetto con ogni movimento, seduce col prestigio della voce. Questo Alcibiade ha lʼaccento, lʼaudacia, la poesia, lʼelettricità della parola di Mirabeau e di Burke, lʼelevatezza dʼidee di Chatham e di Fox. La serenità del suo animo, nelle circostanze complicate, stupisce. Egli possiede il calore della concezione dellʼuomo di Stato francese, ed il giudizio freddo ed infallibile dellʼuomo di Stato inglese. Il vigore della forma, i ricchi colori di cui veste la sua eloquenza, aumentano la precisione geometrica dei suoi ragionamenti. Egli calcola a lunghe distanze di epoca. Ed ecco perchè alcuni suoi atti, che non ebbero tempo di svolgersi e di maturare, sembrarono errori. Egli non possiede, forse, lʼorgano felice dellʼosservazione profonda dei caratteri, cui Pitt ebbe, e che mancò a Napoleone; forse non ha la ruvida fibra della resistenza, particolare di Canning; ma forse pure, la sua fede nella grandezza, nella giustizia, nella verità dello scopo, gli fecero negligere queste precauzioni. Il suo solo fallo, durante due anni dʼimpero, fu Görgey. Egli non scrutò il cuore; giudicò il talento, e non misurò la feccia delle passioni. Kossuth credeva alla sua opera, e dominò la nazione dallʼalto della sua fede. LʼUngheria, questo Oriente dellʼOccidente, ha la confidenza indolente degli Orientali, e lo spirito dʼesame dei popoli dellʼOccidente svegliato e pronto.

Il discorso di Kossuth fu un poema, interrotto ad ogni strofa da applausi. Egli tessè lʼatto dʼaccusa della dinastia degli Absburgo, e mai a coscienza umana cancrenata non fu presentata sotto un aspetto più lurido. Ogni frase dellʼoratore conteneva un fatto; ogni fatto diveniva una gogna; una doccia di fuoco stillava sullʼuditorio. «Questi sono i fatti, continuò egli. Dopo atti simili, è egli possibile che il popolo conservi il menomo rispetto per la dinastia? Mantenere la Casa dʼAustria sul trono, sarebbe annientare ogni sentimento onesto, calpestare sotto i piedi ogni morale. Noi non esporremo a ciò il paese».