Perciò Görgey, quando fu ministro della guerra, tentò di disfarsi di Bem. Ma Kossuth lo sostenne.

La fulminante audacia dei suoi colpi di mano, la sicurezza che mostrava nella vittoria definitiva; una parola dʼelogio senza enfasi, che sapeva dire a tempo e farne come un cammeo; le ricompense che non lesinò; lʼesempio che dava, non domandando agli altri cosa chʼegli non avesse fatto, o volesse fare; la sua sorprendente attività, al punto che si sarebbe detto uno spirito, una fiamma elettrica, una visione; la rapidità della concezione e dellʼesecuzione.... tutte queste qualità lo facevano idolatrare dalle sue truppe. Bem è passato allo stato di leggenda nel sud dellʼUngheria. LʼEuropa non se ne fece un feticcio,—ciò che è proprio delle glorie vere, serie e durature. I semi-dei della plebe hanno sempre del ciarlatano. Petőfi lo chiamava un Giulio Cesare galantuomo.

La notizia, che io portava, mi aveva preceduto. Ciò non le tolse di essere bene accolta;—ed anzi Kossuth diede un banchetto, ove io raccontai, coi più pittoreschi particolari di uomini e luoghi, lʼepopea della campagna. La fortuna sorrideva di nuovo allʼUngheria.

Görgey, dopo essersi rivoltato contro il Governo nazionale, dichiarando che non obbedirebbe che al ministro della guerra nominato dal re—cioè dallʼimperatore dʼAustria—aveva continuato la sua difficile ritirata, inquietato da ogni parte dallʼinimico, che era tenuto a distanza in tutti gli scontri dal bravo Guyon alla retroguardia e da Aulich allʼala sinistra. La ritirata era penosa, attraverso gole senza strade, montagne rese impraticabili dalla neve, piene di precipizii nascosti, di nebbie che avviluppavano e impedivano la vista dei nemici, di fossi che inghiottivano artiglieria e cavalleria, di ponti rotti, di fiumi traboccati, senza scarpe, con una temperatura di venti gradi sotto lo zero. Malgrado tutto ciò, Guyon battè Schlick a Braniczko, mentre che Görgey danzava a Löcse, a quattro leghe dal campo di battaglia: Klapka lo batteva ancora a Tokaj; Bulharyn a Tarczal. Schultz schiacciava lʼala sinistra degli Austriaci a Kisfalud; Perczel sconfiggeva Ottinger a Szolnok, a Czegled. Lʼesercito ungherese si trovava così riunito dietro la Tisza, e Dembinski ne otteneva il comando supremo, mentre che Windischgraetz, padrone della capitale, si credeva padrone dellʼUngheria.

Questa illusione non durò molto.

Noi riprendemmo presto lʼoffensiva. Lʼesercito ungherese si componeva di 46,000 uomini, 6,000 cavalli e 170 cannoni. Windischgraetz disponeva di circa 60,000 uomini, 5,000 cavalli, 200 bocche da fuoco. Il primo scontro fra i due eserciti ebbe luogo a Kapolna, ove gli Austriaci misero in linea 35,000 uomini, e gli Ungheresi 17,000. La battaglia durò due giorni, il 26 ed il 27 febbrajo. Görgey, che detestava Dembinski, come detestava Kossuth, come detestava Bem, come detestava Perczel, Guyon, Klapka, Damjanich, ritardando lʼarrivo delle due divisioni Kmetz e Guyon sul campo di battaglia, rese il combattimento allʼincirca indeciso; ma Windischgraetz tenne la posizione, e Dembinski, per una precauzione eccessiva, ordinò la ritirata dallʼaltra parte della Tisza. Questa ritirata, a traverso le paludi terribili di Egerfarmos, fu disastrosa. Dembinski cedette il comando. Wetter prese il suo posto, ma Görgey ottenne tre corpi sotto i suoi ordini. Questo fu il più grande sbaglio, lʼunico forse, che Kossuth abbia commesso durante tutto il tempo in cui tenne il destino dellʼUngheria nelle sue mani. Görgey doveva esser fucilato, ed egli ne faceva il padrone dellʼesercito!...

Le ostilità ricominciarono immediatamente. La vittoria si fissò alle nostre bandiere. Damjanich ne aprì la serie col brillante scontro di Szolnok il 3 marzo. Wetter, che aveva elaborato il piano di campagna, cadde malato, e Görgey ebbe infine la felicità ineffabile di essere investito del comando supremo, così ardentemente ambito. Kossuth mʼinviò nuovamente presso di lui come ajutante di campo. Ma di già Görgey mi faceva lʼonore di odiarmi, sapendo come io adorassi Bem, e come ne parlassi cogli ufficiali di stato-maggiore. Egli mi ricevette molto male, quantunque gli fossi presentato dallo stesso Kossuth, che venne al campo. Görgey mi rivolse appena la parola, e mi diede poi degli ordini calcolati per sacrificarmi. Le ferite non mi mancarono certo.

Gaspar esordì col battere Schlick a Hatvon. Klapka e Damjanich misero in fuga Jellachich a Tapio-Bicske, e gli fecero subire delle perdite considerevoli. Finalmente, il 6 aprile, tutto lʼesercito si trovò in presenza degli Austriaci a Isaszeg. Lʼinimico era più forte di un terzo, occupava delle alture boscose, ed aveva alle spalle una foresta. Klapka cominciò lʼattacco. Damjanich gli venne in ajuto, e tutti e due non avevano di fronte che il corpo di Jellachich, appostato sulle alture, dinanzi e dietro Isaszeg. A tre ore arrivò il corpo dʼarmata sotto gli ordini di Windischgraetz, e Damjanich fu investito di fianco da Schlick. 14,000 Ungheresi tenevano testa a 30,000 Austriaci. Lʼala sinistra, comandata da Klapka, già piegava. Damjanich teneva fermo alla diritta. A quattrʼore arrivò Görgey, e prese la direzione della battaglia. Ciò malgrado, gli Ungheresi si ripiegavano.

Ad una lega di distanza, accampavano due corpi del nostro esercito. Gaspar con 16,000 uomini da una parte, Aulich dallʼaltra con 8,000 uomini, 1000 cavalli e 38 cannoni. I due capi udivano, fino dal mezzogiorno, la voce del cannone. Gaspar restò immobile, attendendo un ordine che lo chiamasse. Io, spontaneo, mi slanciai verso Aulich, per sollecitarlo a venire al nostro soccorso. Ma egli era già in marcia, senza essere invitato, ed arrivò come Desaix a Marengo, a cinque ore, per decidere della battaglia. La vittoria fu completa. Kossuth era presente. Io fui ferito al capo da una scheggia di mitraglia.