I battaglioni siculi marciarono in avanti, ed entrammo nella città. La notte, gli Austro-Russi fuggirono. Bem mʼabbracciò, e mi nominò maggiore.

Bem proclamò lʼamnistia, e mʼinviò alla Dieta a portar lʼannunzio che la Transilvania era ormai libera. Bem la spazzò due giorni dopo.

Io partii: Amelia e i suoi dieci domestici mi accompagnarono. Il mio cuore ridondava di gioia. Il destino mi carezzava; Bem e Petőfi erano miei amici; Amelia era libera e mi amava.

Essere lʼamico di Bem!...

Voi vi sarete già disegnati nella vostra mente questa figura.

Egli era uno scienziato, specialmente in geologia ed in mineralogia. Era stato lʼanima della insurrezione di Vienna, ed era uscito dalla città dopo lo scacco, nascosto in un carro di fieno, sfuggendo così alla sorte di Roberto Blum. I suoi compatriotti gli contesero a Pesth il comando della legione polacca, ed un giovine del suo paese tentò perfino di assassinarlo, tirandogli un colpo di pistola, che lo ferì al viso.

Bem era piccolo, ma ben costrutto, agile come un camoscio, elastico come la tigre. Il pensiero, il genio alloggiavano nella sua enorme testa, come un Dio in un tempio. Nulla di misterioso, dʼoscuro, di traditore, di basso, di falso, nei suoi tratti: si leggeva nella sua anima a libro aperto; tutto vi era vasto e luminoso. La sua barba bianca ondeggiava a capriccio dellʼaria, come una di quelle vele latine, che issano le barche nel Mediterraneo, molcite dallʼimmenso azzurro. Il suo cranio accidentato era calvo; le tempie avevano conservato delle lunghe ciocche di capelli bianchi. Il fronte alto e largo, appena rugato, olimpico, torreggiava, e si rialzava negli angoli arrotondandosi. Esso conteneva più che una volontà, rivelava un carattere. Nulla di sanguinario, come nel cranio di Napoleone, ma un misto di scienziato e di poeta.

Bem abborriva il sangue. La prima sua parola, quando la vittoria pareva decisa, era: Basta! Il primo suo atto, quando entrava in una città o in un paese conquistato, era di proclamare lʼamnistia. I suoi occhi grigi, mobili o fissi a volontà, avrebbero frugato nel fondo dellʼOceano. Nondimeno tutto vi risplendeva, potente, limpido e dolce a volta a volta, come in quelli dʼun fanciullo di genio, che principia ad interrogare il mondo e la vita.

Bem non levava mai di bocca la sua pipa. La conservava dormendo; a tavola lʼaccarezzava colla mano, come il mento dʼuna bella amante. La sua parola era pittoresca. Amava le metafore, soprattutto nelle circostanze drammatiche, perchè allora la metafora dà precisione. La sua voce elettrizzava. Gli si credeva. E non pertanto alcuno degli uomini della sua tempera, a tipo leggendario, non ha sì poco sceneggiato il Messia ed il Mosè. Bem restava paterno, nello stesso tempo che realizzava la formula la più assoluta dellʼautorità e della volontà, che sʼimpongono e che trionfano. Egli non comunicava i suoi disegni a nessuno, forse perchè aveva uno scopo e non aveva un metodo. Il suo genio, pieno di espedienti, di presenza di spirito, di slanci, di scintille, gli rivelava allʼistante il nodo delle situazioni. La sua bravura era temeraria. Egli scorgeva tutto in un colpo dʼocchio: lʼinsieme ed i particolari; la sua induzione teneva il posto della divinazione. Come la rondinella, egli andava sempre dritto, senza riposare, senza stancarsi mai.

Estremamente sobrio, vestito dʼuna tunica grigia, egli è stato il più realmente semplice fra tutti gli eroi; colui che lo seppe meno, e meno se ne curò. Non carezzò mai lʼammirazione del pubblico. Non sʼatteggiò in nessuna maniera, nè alla magnanimità, nè alla generosità, e neppure a quel disinteresse teatrale e sciocco, che abbaglia il popolaccio. La Dieta lo nominò luogotenente-maresciallo, e gli diede la decorazione di prima classe, ed egli accettò. Bem non prese niente, non domandò niente, ma sdegnò la parte volgare dʼun Cincinnato da melodramma. Quando occorse farsi Turco, per aver la ventura di battersi contro la Russia e lʼAustria, egli salutò la mezza-luna, e divenne pascià. Sarebbe andato in collera se i suoi, quelli che avevano fede in lui, come nel genio della guerra e della libertà—fede virile—lʼavessero trattato niente niente come un Dio od un eroe. Bem rispettava la dignità umana, ed avrebbe arrossito di vederla oltraggiata dalla degradazione e dallʼadulazione. Leale, franco, generosissimo, non invidiando nessuno, sapendosi ricco del suo, non imponendosi mai, non intrigando in nessuna maniera egli spaventò Görgey; il quale, confrontandosi con quella grandezza morale, si trovò piccolo ed abietto.