Nellʼandare, avevamo molto maltrattato i Russi che volevano tagliarci la strada. Al ritorno, Lüders accampava già in Segesvar, quando Bem venne, poco lungi dalla città, a dargli battaglia. Ai primi colpi di cannone, egli fu ferito e rovesciato in un fosso. Non potendo più stare a cavallo a causa della sua prima ferita, Bem comandava correndo in una piccola vettura tirata da due focosi inkers attaccati allʼungherese, con delle bardature chiamate csalang, da cui pendono da tutte le parti dei cuoi adornati da piastrine di ottone e da piccole strisce di panno pavonazzo come nappe. Vettura, cocchiere, cavalli e padrone furono rovesciati nel ruscello fangoso. Bem vi si tenne quatto a tutta prima. Poi, strisciando nella belletta, andò a nascondersi fino alla notte nelle paludi. Io feci tutto il possibile per scacciare i Russi da quel sito. Mettendo in esecuzione quella eterna manovra di respingere i Cosacchi, ebbi il terribile spettacolo, che non può più cancellarsi dai miei occhi: la morte di Petőfi.
Egli caricava, alla sua volta, con una dozzina di ussari leggieri. Una ondata di cavalieri russi piombò sopra lui, e sommerse i suoi compagni. Il suo cavallo, un diabolico tarkas della Puszta, partì con un salto di fianco, e lo trasportò traverso uno spazio chʼesso vide solitario. Ed era solitario per una buona ragione. Quello era uno stagno, coperto da una lanugine traditrice di erbe marcite, che prendevano la forma del terreno ove lʼerba tentava di crescere. Il cavallo fece ancora alcuni passi sopra quella voragine di fango, aderente, tenace, viscoso. Pareva volare anzichè camminare, perchè sentiva il suolo venirgli meno sotto i piedi. Petőfi provò di farlo tornar indietro, ma lo slancio era preso. Egli penzolava già sopra una specie di vortice, che si sarebbe detto bollisse, tanto la melma si ingolfava con precipitazione nelle fessure del suolo. Io gettai un grido di spavento.
Petőfi volse il capo, e mi rispose con una specie di sorriso orribile. Egli scendeva già nellʼabisso. Il cavallo si dibatteva dalla stretta formidabile del fango. Ma più egli si sforzava di sollevarsi, più scavava il vuoto che lo aspirava, più ingrandiva il buco da cui era inghiottito. Petőfi si rizzò sul corpo del cavallo, già quasi scomparso. Sperò per un momento che la sua cavalcatura colmasse la fessura della palude. Illusione della speranza! Derisione del destino! Lʼuomo che aveva vissuto di raggi, doveva morire soffocato nella melma. Lo vidi scendere, scendere sempre, immergersi fino a quel petto ove batteva un cuore così generoso e così eroico, fino alla testa chʼegli portava sì alta, malgrado il peso del pensiero, sotto lʼaureola del genio! Vidi quel capo così fieramente caratteristico sparire, ed il fango rinchiudersi sopra il tutto, dopo questo orribile agguato dellʼabisso, come se nulla fosse avvenuto, ed ogni cosa ritornare allʼaspetto formidabilmente tranquillo dellʼimboscata calma e silenziosa. Fuggii da quel sito.
Bem uscì dalla sua palude, come Mario, verso notte, e raggiunse il suo corpo. Trovò riuniti 7,000 uomini a Maros-Vasarhély. Si gettò sopra Nagy-Szeben, respinse gli Austriaci a Medgyes, rovesciò i Russi a Vizahna, prese dʼassalto Nagy-Szeben. Lüders accorse allʼindomani, e si presentò in ordine di battaglia sotto le mura della città. Bem non lo fece attendere. Gli andò incontro, dicendoci:
—Siamo civili con questo Calmucco.
I Sassoni di Nagy-Szeben ci gettarono dellʼacqua bollente sul capo, e tirarono dalle finestre su noi. Lüders ci bombardò a meraviglia. Ritirandosi, Bem incontrò la staffetta del Governo, che lo richiamava in Ungheria in qualità di generalissimo. Kossuth ricalcitrava ancora allʼidea di confidare la dittatura a Görgey. La proposta era stata fatta, e le circostanze la imponevano.
Görgey aveva eseguita la sua ritirata da Comorn con grande abilità, salvando i suoi 25,000 uomini dallʼinseguimento dei 120,000 Russi, che gli erano sempre dietro, battendoli negli scontri di retroguardia, barcamenandosi fra lʼesercito di Paskevitch, che lo balestrava da una parte, ed un nuovo esercito russo, che veniva alla sinistra dalla Gallizia, condotto da Osten-Sacken. Avrebbe anche potuto venire in soccorso di Nagy-Sandor, il quale, non avendo seco che 7 a 8000 uomini, era attaccato allʼimprovviso a Debreczin da 80,000 Russi.
—Ecco Nagy-Sandor, che riceve una bastonata! sclamò sorridendo Görgey, udendo tuonare il cannone.
Görgey aveva giurato la distruzione di Nagy-Sandor e del suo corpo. Quando egli aveva emessa lʼidea di una dittatura militare, Nagy-Sandor aveva detto:
—Se cʼè qualcuno che vuol divenir Cesare, io sarò il suo Bruto.