La scôrsi da lontano, al crepuscolo della notte che sorgeva dal piano, vestita da amazzone, fieramente rizzata sugli arcioni, sciabolare i Russi. Ella aveva perduto il suo kalpak di velluto celeste guarnito di cigno, col pennacchietto di perle, ed il suo dolman violetto agramentato dʼoro ed argento. Le treccie disciolte dei capelli ondeggiavano sulle sue spalle. La sua sciabola brillava dʼun corruscamento fosco e rossastro, sotto i colpi che dava o parava. La si sarebbe detta lʼangelo scaduto dellʼUngheria che lanciava i suoi ultimi raggi avanti di eclissarsi. Non una parola le usciva di bocca. Il lavoro terribile che compieva, lʼassorbiva. Ma i Cosacchi, alle prese con una giovine donna, bella di una bellezza più splendida di tutte le loro madonne bizantine, gettavano degli urli grotteschi, feroci, lascivi, pieni di desiderii, di paura e di ammirazione nellʼistesso tempo. I volontarii ungheresi ruggivano alla loro volta, scagliandosi sui Cosacchi per respingerli, o cadendo sotto i ferri dei loro cavalli. Io mi spinsi avanti colla paura della disperazione, calpestando sotto i piedi amici e nemici onde arrivare sino a lei. La siepe si faceva più fitta. Cadaveri e viventi ostruivano lo stretto passaggio, che io aveva a varcare.

Il principe Nyraczi fu più fortunato di me. Io lo credetti almeno per un istante, vedendolo accorrere dallʼaltra estremità della gola, quasi al galoppo, abbattendo come spighe, sotto la sua vecchia sciabola, tutti quelli che incontrava.

Egli non aveva più ottantʼanni. Il pericolo cui correva la vita e soprattutto lʼonore di sua figlia gli dava una nuova giovinezza. Giunse alfine. Giunse nel momento in cui il cavallo dʼAmelia cedeva sotto di lei, ed i Cosacchi piombavano sulla loro preda, come un branco di pesci-cani sopra una persona caduta in mare. Il principe la vide sparire e parve disperato, poichè tirò una pistola dai suoi arcioni. Tuttavolta, per un istante, la mischia si calmò. Egli la vide, e la vidi io pure, quasi nuda ormai sotto quelle mani immonde. Il principe non ebbe che un secondo di quella vista orrenda, che a me parve unʼeternità. Ciò bastò. Armò, puntò la sua pistola, mirò, tirò un colpo, e sua figlia cadde allʼindietro colla testa franta da una palla. I Cosacchi, non sapendo dʼonde venisse quel colpo, si rialzarono. Il principe Nyraczi sembrava un gigante ritto sulle staffe, la mano ancora tesa, lo sguardo profondo, fisso, perduto, spaventevole. Egli faceva paura.

—Sono con voi, sono con voi, gli gridai da lontano. Tenete fermo ancora un minuto.

La mia voce lo fece trasalire. Levò lo sguardo dal cadavere e mi scôrse. Mi riconobbe.

—No! urlò egli; non voglio lʼaiuto dʼun servo che ho fatto frustare come un ladro.

E, dicendo queste insensate parole, continuava il molinello colla sua sciabola, e mieteva i Cosacchi. Mi fermai. Ebbi torto. Avrei potuto forse salvarlo suo malgrado. Lo vidi cadere un istante dopo sotto i kandjari dei Russi, e coprire col suo corpo il cadavere di sua figlia. Non distinsi più nulla. Non so come e da chi fui trasportato a Lugos. Credo di essere svenuto.

X.

Il resto non mʼimportava più. LʼUngheria aveva soccombuto. Io voleva morire. Ma avrei voluto vedere, prima, la punizione di Görgey.