Damjanich, che aveva rotta una gamba, condotto ultimo, sopra un carro, al luogo del supplizio, gridò con inesprimibile dolore:
—Io che era sempre il primo dinanzi lʼinimico, arrivo qui dopo tutti gli altri!
E fu appiccato.
Era il tredicesimo. Di già Windischgraetz aveva fatto appiccare il comandante dei cacciatori tirolesi, il capo della legione tedesca, Szöll, il generale Lazar, il colonnello Nadosy.
Il barone Sigismondo Pérényi era un uomo avanzato in età. Era stato presidente della Camera dei magnati e della Corte suprema di giustizia. Fu impiccato. Ladislao Csany era stato ministro. Fu impiccato. Emerico Szasvay, segretario della Camera dei rappresentanti; Czernus, consigliere al ministero delle finanze; il barone Giovanni Jeszenak furono impiccati. Il colonnello principe Woroniecki, gli ufficiali Giron e Abancourt furono impiccati. Il colonnello Kasinczy fu fucilato in Arad.
Lascio i più oscuri, ma non meno degni. Il pudore mi proibisce di nominare le dame e le donne flagellate. Madamigella Esther Lazar, che seguì lo stato-maggiore di Bem, vestita dʼamazzone, Bianca Teleki, Clara Lövey furono poste in prigione.
LʼAustria tirò una linea nera sullʼUngheria, sulle sue istituzioni, sulla sua lingua, sulla sua storia, e credette di averne fatto una provincia austriaca.
Bem morì di febbre in Aleppo, ove il Sultano ci aveva internati dietro la domanda dellʼAustria e della Russia. Quando gli si propose dʼabiurare il cristianesimo, in vista dʼuna possibile guerra della Turchia contro la Russia, Bem sclamò:
—Non ho nulla da abiurare. Io non sono cristiano. Non ho che a scambiare lʼincomodo costume dellʼOccidente contro quello più ampio degli Orientali.