—Giammai! Noi non ci batteremo punto, riprese il conte Zamoyski. Ci assassinerete, se lo volete.

—Se avete bisogno dʼarmi, ve ne darò io, disse il principe fuori di sè.

—Noi non le adopreremo, dichiarò il conte Andrea.

I Russi non comprendevano più nulla di una situazione così strana.

—Ma essi non dimandano nulla, disse il granduca Costantino, quando lo Czar lesse davanti la sua famiglia la petizione di Varsavia.

—Gli è precisamente ciò che vʼha di grave! rispose lʼImperatore.

Lʼindefinito spaventava lo Czar. Eppure egli sapeva troppo bene ciò che nascondeva questo indefinito, ciò che le allusioni vaghe dei Polacchi significavano.

Il signor Muchanoff, ministro dellʼinterno a Varsavia—quello stesso che, opponendosi ad ogni sviluppo dellʼistruzione pubblica, aveva detto: «Che dipingano codesti Polacchi, così non penseranno!»—il signor Muchanoff scoccò una circolare segreta ai contadini, onde rinnovassero il massacro che il principe di Metternich aveva consumato in Gallizia. Il principe di Gortschakoff lo destituì, e lʼobbligò a partire da Varsavia.

Lo Czar si decise ad inviare un piano di riforma, che non era neppure la realizzazione del famoso Statuto di Niccolò. Queste concessioni ridicole arrivarono in pari tempo delle truppe che marciavano su Varsavia.

Il 7 aprile, la folla, che era stata al cimitero a pregare pei morti di febbraio, si fermò sulla piazza del castello, a fine di chiedere si revocasse il decreto di scioglimento della Società agricola. La piazza era occupata dai soldati. Eʼ si ritirarono. La sera seguente, una moltitudine più numerosa si recò di nuovo sulla piazza onde rinnovare la domanda della vigilia. Noi non avevamo più neppure la bandiera collʼaquila bianca, per non porgere pretesti. Lʼattitudine era pacifica. La voce calma e supplicante. Il principe Gortschakoff scese sulla piazza, e ripetè la sua domanda.