Bisogna aver viaggiato in Polonia od in Russia per aver unʼidea della celerità che può raggiungere una vettura a cavalli. Avremmo potuto percorrere duecento verste (chilometri) al giorno, con una rapidità vertiginosa, se io non avessi pregato il capitano Krünn di moderare il corso del nostro leggero veicolo. Le manette e le catene mi facevano soffrire orribilmente, e risentivo nel capo i balzi prodigiosi e gli sbattimenti amorosi della kibitka. In certi momenti parevami divenir pazzo, talmente il sangue, che mi affluiva alla testa, mi dava delle allucinazioni, delle vertigini, dei miraggi fantastici. Tentavo scacciare del mio spirito lʼorrido pensiero della mia posizione, ma esso mi assediava, mi possedeva, e diveniva più pressante ad ogni versta che ci ravvicinava a Varsavia. Il pieno sole, lʼaria libera, lʼinfinito cielo, il movimento e lʼimponente linguaggio della natura, la vista dellʼuomo, dei boschi, delle città, delle acque, la vita che spirava dovunque, mi facevano però ancora illusione. Io non era ancora in faccia al mio delitto, abbaruffandomi col carnefice. Ero in faccia alla società ed alla natura. Questa scappatoia della speranza doveva ben tosto svanire. Finalmente una sera, a dieci ore, arrivammo a Varsavia.

Se io non avessi lasciata questa città due mesi avanti, avrei creduto di entrare in una necropoli. Lo stato dʼassedio pesava sugli abitanti, come uno spegnitoio gigantesco, che intercetta il suono, la luce, lʼaria, limita lo spazio, sopprime la vita. Non una vettura, non un viandante nelle strade. Non si udiva che il passo delle pattuglie, ed il rombo gutturale, cadenzato delle sentinelle. Si sarebbe detto che i lampioni mandassero una fiamma a corruccio, tanto essi spandevano quella caliginosa e rossastra luce delle lucerne fumose. Nessuno strepito trapelava dalle case; non uno spiraglio, che lasciasse trapelare un raggio. Tutte le imposte e le persiane restavano chiuse. Passai dinnanzi alla mia casa: mi parve una tomba. Mi si serrò il cuore. Che faceva mia madre a quellʼora? Pregava, senza dubbio. Alcuni cani abbaiavano lontano lontano. Forse i Cosacchi li torturavano, prima di mangiarli.

La kibitka si arrestò dinanzi la cittadella. Io aveva tutte le membra intirizzite. I gendarmi mi presero nelle loro braccia, e mi portarono. Fui deposto prima in una specie di sala di cancelleria del colonnello, comandante della cittadella. Eʼ fu avvertito del mio arrivo. Infrattanto mi perquisirono, onde non perdere lʼabitudine; perocchè sapevano bene che altri avevan dovuto compiere quella formalità parecchie volte prima di loro. Il colonnello arrivò subito, ed il capitano Krünn sʼintrattenne con lui alcuni istanti, parlando a voce bassa e consegnandogli una filza voluminosa di carte.

Il colonnello mʼinterrogò. La sua voce tradiva la collera, ma egli si sforzava di conservarsi calmo. Risposi a monosillabi, ovvero mi tacqui. Il mio nome fu scritto sopra un registro. Credetti udire il colonnello chiedere al cancelliere se restasse ancor vuota una cellula. La risposta fu negativa. Si consultarono, poi fu pronunziato un numero, ed i soldati mi trasportarono attraverso un dedalo di corridoi. La domanda di essere liberato dalle manette mi corse più volte alle labbra; ma per timore di un rifiuto, mʼastenni di emetterla. Fu quindi in tale stato che mi deposero in una muda, in fondo ad un corridoio, donde lʼavevano tagliata fuori, chiudendolo fino alla vôlta con unʼimmensa porta munita di un abbaino.

È stato molto scritto e detto contro le prigioni russe. Esse non sono nè più nè meno atroci di quelle dellʼimperatore Francesco I dʼAustria, e del fu re di Napoli Ferdinando. Vi sono così orride rivelazioni da fare contro la Russia, che lʼesagerazione diviene inutile, e disonora chi se ne serve. Fui gettato sopra unʼumida pietra, e la porta si rinchiuse con rumore sopra di me. Cercai, brancolando, un angolo, in cui mi lasciai cascare, e mi addormentai. Nella kibitka, io non aveva avuto da parecchi giorni che una continua insonnia. Il sonno, che allora mi cadde sopra come piombo, fu benefico; esso mi sottrasse al supplizio di quella folla di farnetiche larve, che sʼimpadroniscono del prigioniero, e popolano di orribili immagini, le prime ore della prigione.

Allʼindomani fui risvegliato dʼimprovviso dal carceriere e dal rumore dei calci dei fucili, che percuotevano le lastre del corridoio. Venivano a cercarmi per presentarmi al Consiglio di guerra. «Tanto meglio, dissi io, lʼaffare sarà presto finito». Però non fu davanti al Consiglio di guerra che mi condussero.

Mi trovai in mezzo alla Commissione dello stato dʼassedio. Ciò mi sorprese, ma il mio stupore non durò a lungo.

Si sfiorò lʼinterrogatorio in quanto alle mie imprese militari. Pareva loro inutile sciupar tempo con un uomo che, fin dal primo istante, aveva dimostrato non voler parlare; e cercare altri elementi, quando ve ne erano già bastanti per condannarmi, sia ad esser fucilato, sia ad esser impiccato—secondo lʼumore, la fantasia, lo stato di digestione dei giudici, e lʼora del giudizio. Lʼistruzione sʼaggirò sopra altro terreno.

Pareva loro straordinario che un giovane, della mia famiglia, coʼ miei principii e le mie relazioni, fosse restato a Varsavia, quasi per due anni, in una specie di febbrile indifferenza, in una calma irrequieta, mentre i miei compatriotti, i giovani della mia età e della mia nascita si battevano per la causa nazionale. Si sapeva lʼostilità che regnava fra mio fratello e me. Non sʼignorava il mio odio contro i Russi. Perchè dunque mi ero deciso così tardi ad entrare in campagna?