La sera avanti la mia partenza per la Volinia, io era andato a far visita ad una signora, che aveva suo figlio tra glʼinsorti di quel paese. Mentre noi conversavamo, seduti intorno ad un tavolo su cui cʼera carta e calamaio, una bambina di quattro anni sʼera divertita a scarabocchiare sopra un foglio, che poi mi aveva presentato, dicendo: «Ho scritto al mio piccolo marito che lo amo tanto!» La ragazzina aveva quindi rotolato la parte scritta della carta a foggia di zigaretto, e lʼaveva, a mia insaputa, cacciata nella tasca della mia tunica, ove era rimasta sotto la pezzuola. Dopo la mia ferita, frugando nelle mie tasche, quello stoppino era stato trovato, era stato svolto, ed avevan veduto lo strano geroglifico. «È uno scritto in cifra!» aveva probabilmente esclamato il commissario incaricato dellʼistruzione del mio processo. E come tale, ei lʼaveva inviato fra le carte a mio carico. Da uno scritto in cifra allʼesser membro del Comitato, ci correva certo un vasto spazio. Ma vi è nulla di comparabile alla miracolosa velocità dʼimmaginazione dʼun giudice dʼistruzione che ha già un partito preso?
La mia ilarità sconcertò ed offese il colonnello.
—Si può conoscere la causa di codesta gaiezza? disse egli lentamente.
—Ma non vedete, signore, che codesti sono gli sgorbi dʼun bimbo, che vuole scimmiottar la scrittura?
—E chi è il bimbo che lʼha fatti?
Tacqui. Ero preso. Dovevo io nominare la figliuola della mia amica? Avrei scatenato la tempesta su quella povera famiglia, già tanto provata dalla sventura, poichè due dei suoi giovani erano morti, uno era prigioniero, e il quarto si batteva ancora. Il mio silenzio cangiò il dubbio in convinzione: io era membro o emissario del Comitato! Io era dunque la prima luce che poteva guidarli, onde scandagliare quellʼabisso di tenebre che metteva in iscompiglio il Governo dello Czar.
Lʼonnipotenza di quel Comitato, cui tutta una nazione conosceva forse e nessuno tradiva, al quale tutti obbedivano, che agiva come la folgore, e maneggiava a suo grado lʼanima nazionale, stordiva lʼimperatore Alessandro, irritava il granduca Costantino, costernava la burocrazia moscovita. Potete immaginarvi quindi se dovessero rassegnarsi alla mia risposta ed al mio silenzio. Tutto quello che io potei soggiungere per confermare la mia spiegazione, non valse che a consolidare il sospetto. Occorreva quindi trovare il mezzo di farmi parlare a mio malgrado.
IV.
Ciò che vʼha di terribile in tutte le istruzioni criminali si è che il giudice vi arriva sempre imbevuto di una convinzione, cui si sforza di realizzare, come il matematico si mette a provare il problema che si è proposto. Le mie ragioni non ebbero dunque alcun valore. Si trattava omai di strapparmi, in qualunque modo, delle confessioni, che venissero a confermare lʼopinione prestabilita dalla Commissione dello stato dʼassedio. Ecco il suo còmpito. Ora il Corpo della polizia e quello della magistratura in Russia si servono di una quantità di mezzi più o meno terribili per isciogliere lo scilinguagnolo ed anche nel senso che meglio loro aggrada. Questa procedura si riassume in una parola: la tortura.
—Vi accordo ventiquattrʼore di riflessione, mi disse il colonnello presidente. Se domani voi persistete a tacere, sappiate che noi abbiamo il potere di fare per lo meno gridare queglino che non vogliono parlare.