Non toccai nè la carne, nè il pane. Il carceriere non ricomparve.

La notte era già avanzata, quando lʼispettore della prigione venne ad annunziarmi la visita di mio fratello Casimiro.

—Non ho fratello, risposi io con fermezza, quantunque il cuore mi si serrasse; non voglio riceverlo.

Mio fratello seguiva a due passi lʼispettore. Udì la mia risposta, e non rispose. Scorsero due minuti o tre. Forse ei rifletteva, esitava; poi udii il tintinnio dei suoi speroni risuonare lentamente ed allontanarsi. Piegai il capo fra le mani, ed i miei occhi si inumidirono.

Lʼindomani non fui chiamato dinanzi alla Commissione dello stato dʼassedio, e ne seppi più tardi la ragione. Il granduca Costantino, il quale non era poi un diavolo così nero come lo si è voluto dipingere, era stato informato del mio interrogatorio e della spiegazione umoristica che io aveva dato sul documento principale dellʼistruzione contro di me: lo scritto in cifra! Il granduca aveva sorriso della gherminella, che io giuocava alla giustizia russa, ma aveva, in pari tempo, ordinato che una Commissione di calligrafi emettesse la sua opinione su quel curioso geroglifico. Nondimeno, mio fratello era spaventato, non della sorte finale che mi aspettava, non dubitando punto che io saprei morire, ma delle sofferenze orribili che io doveva traversare prima di annientarmi nella morte. Egli non temeva che io mi disonorassi con una confessione estorta dal dolore: sapeva che io mi sarei mozzata la lingua coʼ miei denti, e lʼavrei inghiottita piuttosto che parlare; ma egli avrebbe voluto raddolcire la mia via crucis, e presentare dinanzi ai miei occhi quellʼestasi che nascondeva ai martiri il supplizio. Implorò dal granduca che mia madre potesse visitarmi. Il granduca aveva accordato allora tale permesso alla madre del mio compagno di carcere; e consentì. Lʼispettore aveva dunque accompagnata la madre di Zoliwski, quando, sul cader della notte, accompagnò ed introdusse anche la mia nella muda.

Io mi era fatto più piccino che avevo potuto, e mi ero rannicchiato in un angolo della secreta, per non turbare il mistero sacro del colloquio, forse lʼultimo, del mio compagno con sua madre. Avrei voluto convincerli che io era cieco e sordo, per non isgomentare il loro dolore, per non soffocare i loro lamenti,—i lamenti sono di rado eroici—, per lasciare ogni libertà alle loro confidenze, allʼeffusione delle loro anime. Fui spaventato del dolore infinito di quei due esseri, dolore che non ebbe neppure un grido! La madre cadde in ginocchio presso il corpo del suo figliuolo, le loro bocche si avvicinarono, le loro lagrime si confusero. Non dissero una parola. Che cosa avevano a dirsi, del resto? La madre sapeva che il figlio doveva in breve morire sotto le verghe, in una spaventevole agonia; il figlio sapeva che la madre non gli sopravviverebbe. Mia madre arrivò.

Mia madre era donna dʼaltra tempra. Ella aveva il carattere forte, ma drammatico. Sarebbe stata grande e nobile nella ristretta cerchia della famiglia; ma sostenere una parte la seduceva: ricoprire lʼintera nazione col velo delle sue disgrazie, era il suo sogno. La sua tenerezza verso di me non aveva limiti; ma avrebbe creduto derogare al suo carattere, se lʼavesse lasciata vedere, ed ella fosse apparsa più madre che Polacca. Nullaostante mi strinse fra le sue braccia, ed io sentii per la prima volta lʼatrocità delle manette, non potendola stringere fra le mie. La mia presenza nel carcere aveva forse intimidito la madre di Zoliwski. La presenza di quei due testimonii esaltò invece mia madre. Ella respinse quanto vi poteva esser di donna nel suo cuor lacerato, e si atteggiò a cittadina.

Lo confesso, ne fui afflitto.

Io non le domandava unʼora di eroismo, ma unʼora di tenerezza materna.

—Ho veduto tuo fratello, mi dissʼella. Egli mi disse che tu non hai voluto riceverlo. Mi ha informato delle complicazioni terribili, che si sono aggravate su te.