—Sarebbe un omicidio! esclamai io.
—No, riprese Zoliwski, è una liberazione, forse una redenzione. Io sento che non resisterei più. La prossima volta parlerei forse.... Orrore! lʼinfamia per me, la morte per chi sa quanti altri! Oh grazia, signora, grazia! Voi avete nelle vostre mani lʼonore e la vita di un uomo, che non è stato figlio indegno della patria.... Pietà per il vinto! mercè pel debole! abbiate carità di me.
—Prendete, gridò mia madre, non resistendo più. Dio mi giudicherà.
Non fu che un lampo. Prima che avessi raggiunto il braccio di mia madre per arrestarla, la madre di Zoliwski aveva abbrancato il lampone di acido prussico, e se lʼera cacciato in bocca.
—Lʼaltro per mio figlio, dissʼella alzandosi: Dio onnipotente non mi strapperebbe più questo.
Non posso descrivervi il terrore, che sʼimpadronì di noi. Chiamare i carcerieri era un tradire mia madre. Lasciar compiere il suicidio di quella donna era un assassinio. Tentare di strapparle la capsula fatale, le cui pareti avevano lo spessore di una pellicola di cipolla, era forse affrettare la catastrofe. Aggiungere al martirio di Zoliwski lo spettacolo della morte di sua madre era unʼesecrabile atrocità. Le preghiere, le ragioni, le minaccie, le promesse non servirono a nulla. La madre supplicò che la si lasciasse morire nelle braccia del figlio. La disperazione tranquilla di quei due infelici era irresistibile. Lʼeloquenza del figlio avrebbe intenerito lo Czar Niccolò. Io non sapeva più che dire. Io non trovava più una sola ragione seria.—Mia madre tremava come una foglia, ma era intenerita. La madre di Zoliwski si gettò di nuovo ai suoi piedi, e pianse, supplicò.... Mia madre cedette. Volse il capo, nascose il suo viso nel mio seno, allungò la mano, abbandonò la capsula, e compì lʼomicidio. La madre di Zoliwski gettò un grido di gioia selvaggia, baciò la mano di mia madre, e si precipitò sul suo figlio.
Si fece silenzio. I nostri cuori non battevano più. I nostri petti non respiravano. Tutto ad un tratto lʼabaino della segreta si rischiarò. Udimmo dei passi nel corritoio, poi il rumore dei fucili, poi lo stridere delle chiavi. Lʼispettore delle prigioni entrò. Lʼora del colloquio era scorsa, egli veniva per far escire le due signore.—La cellula era rischiarata dalla lucerna del carceriere. Ci volgemmo verso il gruppo delle due creature, che avevamo fulminate. La madre ed il figlio si tenevano allacciati nelle braccia lʼuno dellʼaltra, bocca a bocca, cuore su cuore. Lʼispettore li scorse, e non ricevette risposta... Dio nella sua misericordia infinita avrà perdonato a mia madre! Fu un grido di terrore, che scappò da tutte le bocche.
Tre giorni dopo, io partiva per la Siberia, «la terra dalla quale non si ritorna più!»
La Commissione dei calligrafi avendo constatata la verità del mio racconto, mio fratello aveva ottenuto dal granduca Costantino la commutazione della pena di morte, pronunziata dal Consiglio di guerra, in quella della deportazione a perpetuità e cinque anni di lavori forzati in Siberia.