V.

Ciò che mi aveva maggiormente afflitto nella mia sentenza era la degradazione dalla nobiltà. Io sono poco democratico. Non disprezzo il popolo, ma amo meglio innalzarlo fino a me collʼistruzione e col lavoro che discendere fino a lui, abdicando una parte di me stesso. Pure, siccome lʼapplicazione della pena non principiava che dal giorno del mio arrivo a destinazione, così io godeva ancora deʼ due privilegi della nobiltà russa: lʼesenzione dai castighi corporali, e il non esser condotto in Siberia per convoglio.

Il convoglio è una carovana di cento a duecento cinquanta condannati di ogni specie, riuniti sotto la sorveglianza dei soldati e di qualche Cosacco. Fanno il viaggio a piedi, incatenati a due a due, colle mani o col piede, ad una catena comune a tutti. Essi camminano due giorni, si fermano il terzo in capannoni costrutti espressamente lungo la via, da Kiu fino a Nertscinsk, sotto la dipendenza assoluta dellʼufficiale che li conduce, durante un tragitto che dura un anno fino a Tobolsk, e due se la destinazione è alle terribili mine di Nertscinsk.

Quando io ebbi udita la mia sentenza e lʼebbi sottoscritta, mi denudarono fino alla cintola, e si presero i miei connotati. Poi fui vestito del cappotto grigio a maniche corte, da viaggio, e mi furono levate le manette, che mʼavevano chiuso i polsi durante un mese.

Non mi ricordo di aver mai avuto in mia vita una soddisfazione più inebbriante.

Mentre si procedeva a questa operazione, lʼispettore della prigione mi lasciò scivolare furtivamente qualche cosa nella mano. Erano due borse contenenti mille rubli oro, che mio fratello mi faceva tenere. Credetti venissero da mia madre. In Russia, come dovunque più o meno, i funzionarii sono venali. Lʼispettore mi rimetteva quel denaro di nascosto, a fine di sottrarmi alla rapacità degli agenti russi, per le cui mani io doveva passare. Nascosi le borse nei rovesci dei miei stivali. Era quella unʼarma di salvezza. Lʼindomani, a cinque ore, mi trovai installato, fra due gendarmi, in una kibitka.

Varcando la porta della cittadella, io volsi il capo per dare un tacito addio a tante anime desolate che gemevano là dentro. Mio fratello, ritto dietro un casotto da sentinella, silenzioso e pallido, era venuto per vedermi partire e per dare di nascosto duecento rubli ai due gendarmi, che dovevano accompagnarmi fino ad Omsk. Cavò il suo kepì, senza avvicinarsi. Sentii sdilinquirmi nel cuore. Stesi le braccia verso di lui: la kibitka partì come una freccia. E mia madre? Pensai che la nobile donna si fosse offesa del mio rifiuto di suicidarmi e mi tenesse il broncio. Mʼingannavo. Rannicchiata dietro lʼangolo di una casa, mi vide passare, e svenne.

La mia lotta cogli uomini era finita, io andava a principiare una lotta col destino.

Dico il destino, poichè per gli uomini, dai miei gendarmi fino al governatore generale della Siberia, io non era più un individuo, ora, ma un oggetto pericoloso. Essi erano la forza, io non era più una volontà; io doveva dunque subire, come un corpo inerte, le leggi di gravitazione di tutto il sistema dello czarismo.