Viaggiavamo colla rapidità di 14 chilometri allʼora, che aumentò, anzi che diminuire, fino a Nertscinsk.

La mattina era splendida e calda; tutto sorrideva e cantava. La tensione straordinaria delle mie facoltà, da un mese in qua, si rallentò tutto in una volta, ora che la mia sorte era fissata. Mi accasciai per istanchezza, come un pallone che si sgonfia. Poco disposto naturalmente a conversare, non trovando nulla dʼaffabile nei miei gendarmi, la cui fisionomia stupida mi urtava; vinto che non si rassegna e che perciò si raccoglie in sè stesso, chiusi gli occhi, e mi addormentai, tessendo nel mio spirito tutto un piano di resistenza legale e di rivolta, se lʼoccasione mi avesse favorito. La natura esterna, in questi primi giorni di vita interna o di abbattimento, non ebbe alcuna presa su me. Che io vegliassi o dormissi, io era assente. Non principiai ad aver coscienza di me stesso se non quando, dopo aver traversato Minsk, Smolensk, Mosca, i tre cavalli della kibitka si lanciarono in contrade, ove io non aveva ancora viaggiato, e che perdevano, di tappa in tappa, la fisionomia europea. Le strade erano detestabili, perchè la via ferrata le faceva negligere. Vladimir, che traversammo in mezzo alla nebbia dellʼalba, mi parve desolata. Nijni-Novogorod aveva lʼaspetto di una decorazione dʼopera. Sospesa quasi a picco sul Volga, essa si aggruppa sopra unʼaltura ove alcuni precipizii, uniti da ponti, limitano i quartieri della città. La città nuova è sulla riva diritta di questo fiume, che mette in comunicazione il Baltico col Caspio, lʼaorta della Russia, ove la sua vita commerciale palpita più vivamente. Battelli a vapore, bastimenti a vela, barche dʼogni sorta sʼincrociavano, venendo dal nord o dallʼest, o recandovisi. Questa città acquista uno strano aspetto, dicono, al tempo della fiera, poichè vi si vedono allora tutti i campioni delle razze e semi-razze dellʼEuropa e dellʼAsia, dal Parigino fino ai Kirghisi, ai Persiani, ai Turchi, agli Armeni, ai Georgiani, ai Calmucchi, agli Indù, ai Turcomani, ai Russi, ai Cosacchi, ai Tartari... Vi ci fermammo il tempo di cangiare i cavalli, prendere un pasto e fare alcune provvisioni, poichè i miei gendarmi avevano veduto che io non mi adattava gran fatto al pan saraceno ed alla zuppa di cavoli condita con olio rancido, soli alimenti che potevano offrirmi nelle tappe successive.

Avremmo potuto prender qui il battello a vapore sul Volga e sulla Kama, che ci avrebbe condotto diritti a Perm. Ma tale conforto non è accordato ai viaggiatori della mia categoria. Continuammo dunque per la via ordinaria.

Costeggiammo quasi sempre le rive del Volga. Il fiume dà una certa animazione ed una fisionomia a queste contrade, singolari dʼaltronde pel tipo, i costumi e le abitudini deʼ suoi abitanti. Tutte le varietà del tipo tartaro vi sono rappresentate, ed oltre i Tartari, vi si scorgono i resti di quelle orde venute dallʼAsia, la cui origine è nella razza mongola, colle numerose ramificazioni che sbucciano da quella grande linea.

Da questʼAsia pittoresca, che si traversa, si casca in una città assolutamente europea, Kazan, ove cʼè museo, università, ginnasio, osservatorio, vescovato, teatro, officine, scuole primarie, e tutto ciò che una città incivilita può offrire di confortable, di fastoso, di aggradevole. Avrei potuto simulare una grande stanchezza, una malattia anzi, senza troppe smorfie, poichè io era molto pallido ed avevo lʼaspetto dʼun tisico senza speranza. Ma non avevo ancora imparato che nella disgrazia occorre esser nobile, ma non fiero. Facevo le mie prime prove. Ondʼè che rispondevo a monosillabi, ovvero restavo silenzioso verso i curiosi e le curiose, molto convenienti e pieni di compassione del resto, che ronzavano a me dʼintorno, sia che io restassi nella kibitka, o che cercassi ravvivare un poʼ le gambe indolenzite negli uffizii delle tappe. I gendarmi mʼinformarono allora che mio fratello aveva dato loro 200 rubli, onde procurarmi per via tutti gli alleviamenti che potessero, senza compromettersi. E se qualche ufficiale delle stazioni si stupiva della loro premura nel servirmi, essi mormoravano: «Suo fratello è lʼaiutante favorito del Granduca Costantino; chi sa dunque?» Non occorreva di più.

Il paesaggio era monotono: steppe e foreste. E poi, lo confesso, io non intendo bene in tutta la creazione, che una sola bellezza, quella della donna! Gli splendori della natura, i prodigi dellʼarte, faceano poco effetto su me. Noi abbiamo tutti delle corde che vibrano e delle corde rotte, in quanto alle armonie esteriori. Traversai Viatka di notte. Dormivo nella kibitka come nel mio letto. Le notti erano fredde. Eravamo in settembre, vale a dire al principio del verno per contrade che non conoscono stagioni intermedie. La vallata della Kama non acquista una bellezza affascinante che allʼalba ed al tramonto, quando i bianchi vapori espirati della notte si dissipano, prendendo forme fantastiche vivamente ondulate, o quando la caligine della sera avviluppa di un velo misterioso i campanili delle chiese greche e i minareti dei villaggi, le foreste che si sottraggono allo sguardo, e le distanze che scompaiono come per rientrare nelle sacre funzioni della natura. Nulla di carezzevole in tutto ciò che ci circondava; ma non pochi profili giganteschi e boschi immensi ci sorprendevano. Ed eccoci a Perm, ai piedi della catena degli Urali, la porta di quella cittadella da titani che noi ci accingevamo a scalare.

Dietro a noi, la valle della Volga e della Kama, il mondo reale; dinanzi a noi, i picchi coperti di nevi, le roccie scarne, le foreste secolari, i valloni profondi, le vette vergini, i precipizii irti, i torrenti sonori e... la Siberia: lʼindefinito e lʼinfinito.

Una bella giovinetta venne ad offrirmi delle ciambelle: era il giorno della festa di sua madre. Il direttore della posta mi offerse il thè: il samowar bolliva sul suo tavolo. Accettai. Poi, siccome occorreva rattoppare non so che di rotto nella kibitka, così mi stesi sur un banco, e mi addormentai.

Perm è una triste e sordida cittaduzza commerciante. Per contrario, la strada, che taglia traversalmente la catena degli Urali, fino ad Ekaterinenburg, è magnifica. Queste montagne sono popolatissime di borghi, o piuttosto stabilimenti, come li chiamano, proprietà in parte della Corona, in parte dei signori padroni delle mine. Tutti sono minatori in queste castella, persino le donne ed i fanciulli. Si estrae il ferro, il rame, anche lʼoro, il platino, lʼargento, e marmi preziosi, e pietre fine. Il paese è ricco; le case e gli abitatori che incontriamo in questi valichi e gole grandiose, han lʼaria prospera e felice. La strada penetra nelle selve, taglia le rocce, si slancia sulle correnti, che scorrono verso il mar Glaciale ed il Caspio, costeggia gli abissi vertiginosi, lambe le vallate che, durante la state, debbono essere deliziose; si precipita a perpendicolo nelle frane, sotto i rami dei pini selvaggi e degli abeti, che già si sprizzolano di brina, mentre le cime dei monti si mantellano di nuova neve. Noi calpestammo la neve della notte. La montagna non ha ancora voci, ma essa ha già dei sospiri, e, nella notte, dei gemiti; le rocce infocate nella state si fendono di un tratto, il vecchio albero scoppia, e dà il suo alito estremo! I camini di qualche opifizio fumano. Le macchine idrauliche strepitano. I torrenti mugghiano. Noi voliamo attraverso tutto ciò, senza prender fiato, senza allentare il galoppo; ci arrampichiamo sui vertici come aquile, sprofondiamo negli abissi come valanghe, così sicuri come se percorressimo i viali di un parco. Il postiglione, i cavalli il veicolo, hanno unʼanima sola—unʼanima che sfida lʼaudacia stessa. Ah, se io fossi poeta, che inno! Ah, se io fossi trovator di armonie, che fanfara!

Gli Urali son valicati: siamo a Khaterinenburg, ai piedi del versante opposto, il versante orientale: siamo in Asia, siamo in Siberia! La città ha qualche bellʼedifizio: la zecca, lo stabilimento della direzione delle mine, lʼarsenale ove si fondono cannoni e fabbricano armi, la dogana... Vi è grande movimento industriale e commerciale: forni, opificii, officine di pietre preziose, lavatoj dʼoro e di platino... che mi importa tutto ciò? Io non sono più unʼanima.