—Sono polacco, risposi io.

—Comprendo, mormorò il capitano. Non vi occorre dirmi altro; lʼuovo che sʼincaparbia a schiacciare il martello!

—Capitano, sapete voi che cosa è la patria?

—Io so ciò che è lo Czar. Ma, non importa, credo comprendervi. Quando mi ricordo il villaggio ove son nato, ove ho passata lʼinfanzia, ove ho lasciato il mio vecchio padre, ove ho visto morire mia madre.... che il diavolo mi porti! io non mi sento mica a mio modo.

—Ecco la patria, sclamai io. Ora supponete che, invece dello Czar, fosse lʼimperatore di Austria od il Sultano che imperasse al vostro villaggio, come vostro padrone... e conchiudete.

Il capitano non fiatò più, e mi fece segno di andare a lavorare. Quel bruto mi sembrò sconcertato.

Lʼinverno fu aspro, ed io ne sentii tutto il rigore, lavorando quasi sempre allʼaria aperta. Ma non ne fui incomodato. Ero ben coperto. Mi davo un nutrimento sostanziale. Il capitano, per una ragione o per unʼaltra, trovava sempre un pretesto di destinarmi ad unʼaltra occupazione, anzichè a quella assai penosa di issare la gerla a minerale. Io impiegavo la mia settimana di vacanza a costruirmi una baracca per me solo, ed il legno non mi costava che la pena di andarlo a tagliare sulla montagna e trascinarlo.... E sempre facendo sembiante di assestarmi definitivamente e di rassegnarmi alla mia sorte, io prendeva delle misure per svignarmela.

Lʼevasione non presentava alcun ostacolo invincibile: non avevo che a seguire il corso della Schilka ed abbordare la thalweg dellʼAmour, ove comincia la frontiera cinese—la Mandchuria. Formai i miei piani; tirai le mie linee. Rimisi la realizzazione del mio progetto al mese di marzo, quando il paese è ancora gelato, ma lʼintensità del freddo è diminuita, e quando i giorni sono più lunghi. Raccoglievo infrattanto delle informazioni sui posti dei Cosacchi che guardavano i confini, sulla protezione che potevo promettermi dalle Autorità cinesi. Conoscevo già da lungo tempo la topografia del paese, che avevo a percorrere per recarmi, sia a Pekino, sia nella Corea, sia alle sponde del mare del Giappone. Insomma, io mi abituavo a considerare la mia deportazione in Siberia come una partita di piacere, unʼoccasione singolare per accoccare una beffa allo Czar, quando una circostanza venne a tagliar corto alle mie visioni.

Un giorno, verso la fine di febbraio 1864, il signor Astatchef, il concessionario delle miniere, arrivò.