Eʼ veniva da Omsk, da Irkutsk, da Nerscinsk. Mi aveva rimarcato, quando io uscii dallʼanticamera del generale Duhamel. Aveva appreso la scena, che aveva determinata la mia destinazione a Nerscinsk, ed udito con interesse le raccomandazioni dei miei compatriotti. Egli aveva interrogato il generale, che si era mostrato afflitto della severità con cui mi avevano colpito e che egli non avea osato distornare. Il signor Astatchef aveva preso il mio nome, il mio numero di registro a Omsk, poi il numero dei registri a Yrkutsk ed a Nerscinsk. A Ukbul aveva dimandato delle informazioni sul mio conto al direttore e al capitano. Non so che rapporti raccogliesse. Il fatto sta che mi fece chiamare.

—Signore—mi disse egli, guardandomi con attenzione,—percorrendo il registro della miniera, ho osservato che siete stato parecchie settimane malato. Il capitano mi ha informato che è stato mestieri, e lo è ancora, risparmiarvi per non farvi soccombere. Ora, io ho lʼabitudine di tirare dagli uomini che pago il più grande profitto che posso. Lʼuomo non sviluppa tutta la sua potenza che quando è nella linea delle sue capacità. Egli è evidente che non è nel romper massi e nellʼavvolgere una corda che voi mi rendete il vostro meglio.

Le parole erano sensate e dure; ma egli aveva il sorriso sulle labbra, la benevolenza nella voce. Che rispondere?

—Non sono io, dissi, che ho domandato questo genere di lavoro. Ho fatto ciò che ho potuto. Non mi lamento. Non ho dimandato di essere risparmiato. Ora io sono il n. 367; usatene come vi aggrada.

—Calmatevi, signore, calmatevi, riprese Astatchef, non sorridendo più. I vostri compatriotti ad Omsk e la signora Duhamel ella stessa vi hanno raccomandato a me. Ho promesso raddolcire la vostra sventura; vogliate rendermi questo còmpito facile. La vita non è tollerabile che quando la si accetta tale quale è, lavorando sempre a migliorarla. Voi vi rammentate troppo.

—Ma....

—Calmatevi, vi ripeto. Voi dovete avere altre attitudini. La vostra missione nel mondo non era di esser minatore. Non vi hanno appreso solamente a tirar moschettate contro i Russi. Io non biasimo le moschettate. Mio padre ne tirò non male contro i Francesi, i quali vennero a fare appo noi presso a poco quello che noi facciamo contro di voi. Ma, insomma, poichè vi hanno condannato ai lavori forzati, e che vi hanno destinato alle miniere che io fo lavorare, proviamo, io di piacervi, voi di essermi utile. Quale è dunque lʼoccupazione che io posso darvi? Cosa sapete fare?

—Non so far nulla, e posso far tutto. Scegliete voi stesso. So il francese, lʼinglese, il tedesco. Parlo il russo come voi. Scrivo tutte codeste lingue. Conosco benissimo la scrittura, la scherma, la musica, il disegno, persino la pittura. Ebbi, per dirigere i miei studii, un uomo che diceva: bisogna imparare dapprima le cose utili per sè e per gli altri—ed ei mʼinsegnò la storia naturale, la botanica, la geologia, la chimica, la fisica, la meccanica, le matematiche, lʼeconomia politica, la storia.... Restammo lì. La rivoluzione mi chiamò.

—Come? avete tutto codesto nel vostro capo, e sareste ridotto a non servirvi che delle vostre braccia? No, no, io non penso che ciò sia giusto. Abbandonerete la miniera. Eʼ mi sembra impossibile che il governatore della Siberia orientale non trovi qualche cosa a farvi fare, non fosse che chiamarvi a suonare i valzer sul piano della signora Jukowski per far danzare le sue figliuole! Infrattanto, vi prendo come mio secretario fino ad Yrkutsk. Ho non poche carte da mettere in ordine, e son dietro da redigere una memoria per lo Czar. Voi vi caverete di questa bisogna meglio di me, poichè voi siete economista, geologo e botanico.....

—Io non ho lo stile imperiale, signore: ve ne prevengo.