XI.

Pilato principiò col passeggiare per lungo e per largo nella stanza, osservando ogni mobile, e gli accidenti del letto, e del letto di riposo.

Ahimè! tutto ciò era vergine, in quella camera d'una impura.

Claudia comprese forse, e lo lasciò fare; forse era assorta in un altro pensiero. Infatti, repentinamente, balzò in piedi, corse allo specchio dinanzi al quale era una piccola lama d'oro sospesa fra due colonnine d'agata, e la percosse a diverse riprese, convulsivamente, con un piccolo martello d'acciaio. Poi ritornò al suo posto.

Al tintinnìo di quella piastra metallica, Cypros accorse. Sembrava stravolta dal terrore avendo indovinato da quello strepito la tempesta che agitava l'anima della sua padrona. Cypros si avvicinò tremante, pallida come una landa di neve al chiaro di luna.

— Raccomoda la rete dei miei capelli, disse Claudia con voce sorda e gli occhi fulminanti.

Cypros cadde alle sue ginocchia gridando:

— Grazia, padrona, io sono innocente.

Claudia fissò negli occhi della giovane i suoi occhi carichi di collera, affascinandola, inchiodandola ai suoi piedi, affranta dalla paura. Poi senza aggiungere una sola parola, mise lentamente la mano ai capelli, ne tirò la spilla omicida, alzò il suo braccio e lo abbassò. Pilato vide quel movimento e si precipitò sulla mano di sua moglie. Arrivò troppo tardi. Il gioiello di Claudia aveva pugnalata la schiava delle Gallie. L'infelice Cypros si accosciò e cadde stesa sul tappeto, mormorando:

— Povera madre mia, tu morrai schiava.