Un'immensa cinta di solide mura, fiancheggiata da scuderie, o da tettoie fatte con rami d'albero, per le bestie e pegli uomini, allorchè v'è folla, come al tempo delle feste di Gerusalemme; un gran cortile con un truogolo; una fila di arcate aperte dai quattro lati[20]; talvolta una torre per vegliare sulla sicurezza dei viaggiatori; un uomo che veglia sempre alla porta: ecco i nostri alberghi giudei.
Questo asilo è sacro come una sinagoga. È aperto per ogni sorta di gente, d'ambi i sessi, di tutti i paesi. Non si paga nulla, ma non vi si riceve nulla, all'infuori dell'ombra, del riparo, della sicurezza contro i malandrini. Sotto le arcate, i mercanti s'affrettano a mostrar le loro mercanzie, l'ambra del mar Baltico, lo giojellerie di Alessandria, le spezie dell'Arabia, e le essenze preziose dei giardini di Moab. Qui, dei viaggiatori si lavano le mani; là, degli altri tiran fuori dai loro sacchi gli alimenti belli e preparati, o gli arnesi per prepararli. Da un'altra parte, le persone stanche stendono per terra una pelle di montone, una stuoja, un tappeto, un pugno di foglie o di paglia, ciò che hanno in fine, ed avviluppati nei loro mantelli, o nelle loro coperte, si dispongono al riposo. Altri s'affrettano a caricare sopra i loro asini e i loro cammelli, le loro donne, i figli, le mercanzie e partono. Si va e si viene come si fosse in casa propria.
Trovammo posto in questo asilo abbellito e ristaurato dal re Erode, quantunque affollato ancora a causa di quel resto di popolo che era stato alle feste del Tabernacolo a Gerusalemme, e vi aveva fatto un più lungo soggiorno. Incontrammo pure un gran numero di convalescenti fra queglino che furono colpiti nel giorno del tafferuglio per l'offerta. I pedoni passano quivi la notte. Pranzammo in mezzo al tumulto causato dalla petulanza, l'importanza, e la sfrontataggine di Bar Abbas. Pareva egli un imperatore che viaggiasse incognito.
Finito il pranzo, continuammo a scendere e montare le colline che conducono al Giordano, costeggiammo monti petrosi, e ci riposammo per bere alla fontana Elisha, vicino alla valle limitata dalla via romana che mena a Gerico. Il sole tramontava, ed avevamo sotto gli occhi i sobborghi della città — uno sciame di casuccie bianche in mezzo ai sicomori — e la superba città di palazzi, festosamente adorna di piante balsamiche ed odorose.
Gerico è la città amata da Cleopatra — da Cleopatra che aveva Menfi ed Alessandria; — la città preferita da Erode, che possedeva Gerusalemme, Cesarea, Ptolemaide e ove egli visse ed ove morì. Le torri, le porte, i teatri ricordavano una di quelle belle città d'Italia ove la vita non ha altro scopo che di divertirsi nei circhi, di mendicare il pane presso i padroni, e di andare a saccheggiare il mondo. I giardini d'aranci, di datteri, di melagrani circondavano i bastioni della città; e rose la profumavano. Al di là dei muri, l'anfiteatro; al di dentro, dei portici, delle sinagoghe, un tempio a Zeus, dei palazzi da re. A Gerico non sai più se ti trovi sui Nilo, o nelle isole dell'Arcipelago. Più lontano, c'è quella splendida residenza d'Erode, ch'egli chiamò Erodion (il Versailles di quel Luigi XIV).
A notte fatta, traversando le vie gremite di popolo, discendemmo nella mia casa o meglio in quella di mia madre. Mia sorella maggiore, la vedova, mi ricevette nelle sue braccia.
All'indomani ero alzato col sole. Andai a svegliare Bar Abbas e gli dissi:
— Su, in piedi.
— Di già?
— Che! vorresti farne la tua Capua, di Gerico?