— Sarà il più ghiotto boccone che avrò fatto nella mia vita, rispose Bar Abbas. Ma non seguire, o Giuda, codesta ispirazione: diverrei dopo troppo difficile da nutrire.

XV.

Noi abbandonammo Makaur all'alba passando sotto quel maraviglioso albero di ruta, grande come un fico, e divergemmo per un momento dalla nostra via verso il nord, a Baaras, nel vallone che circonda la città, per cercarvi quella terribile radice, che brilla la sera come un lampo, che si allontana dalla mano che vuol coglierla, cui non è possibile di prendere se non che inaffiandola o coll'urina d'una donna o col sangue mestruale d'una ragazza, che anche dopo ciò uccide chi la tocca, essa che ha il potere di cacciare il demonio fuori dal corpo degli ossessi[27].

Passammo da presso alle fontane d'acqua calda e fredda che operano delle cure così sorprendenti. Seguimmo una strada frastagliata, costeggiante delle creste ritte sopra abissi, come i lati d'un triangolo, ed entrammo in quel profondo e pericoloso burrone, che aprendosi alla base della fortezza si divarica e scoscende spaventevolmente per sessanta stadii fino alle rive del lago d'Asfalto. Seguimmo la riva meridionale di questo mare, poi la sinistra del Giordano per tutta la sua lunghezza, ora sopra una banchina di verdura ombreggita da canne e tamarindi, ora sopra uno strato di sabbia bianca che abbagliava la vista, e rendeva difficile il respiro alzandosi in polverio, e talvolta lungo i contrafforti e le vecchie montagne di Galaad, ora Perea.

Nel punto ove il Giordano sgorga dal lago di Genesareth, sotto quella collina in forma di gobba di cammello sulla quale è fabbricata la città di Gamala, come appostata sul lago, trovammo la flottiglia del Tetrarca che ci attendeva in un piccolo seno. Erodiade, Antipas, io, i principali ufficiali della corte di quel principe, montammo sopra una bireme bianca come un cigno, dalle vele di porpora; il resto del seguito invase le triremi e biremi da guerra. Bestie e schiavi continuarono la strada lungo la costa. Il sole tramontava dalla parte della Giudea. Il lago sembrava un lembo di cielo stemperato in una coppa d'oro. Il cielo era una cupola azzurra infinitamente profonda. La luce abbagliava del suo sorriso tutta la natura che si svolgeva sotto il nostro sguardo. L'Halin, il Tabor, le montagne di Safed, i precipizii nevosi dell'Hermon, ondeggiavano da lungi d'una luce dorata e violastra.

Al primo piano di questo anfiteatro di basalto — dalla forma di fico, la cui base è all'immissione, ed il peduncolo alle foci del Giordano — si stendevano delle città e dei villaggi che gli ultimi raggi del sole doravano come melaranci. Gli altipiani ondulati della Golonitide e della Perea, aprendosi a mo' di terrazza fino a Cesarea di Filippo al nord, rizzandosi di tanto in tanto in picchi deserti ed inaccessibili, sembravano coperti d'un tappeto di velluto celeste ondato di viole. Il flutto dolce e sonoro baciava la spiaggia, giocando colle piccole conchiglie nel piccolo estuario formato dal fiume salato di Tabiga, perdendosi nelle ajuole di fiori e d'erbe di Tarichea, alla uscita del Giordano e sulle rive della pianura di Genesareth. Dei piccoli promontorii, rivestiti di tamarindi e di capperi spinosi e di oleandri, si disegnavano sulla sabbia. Una vegetazione abbagliante, dalla noce del Caspio al fico della Siria, alla palma del Nilo, al cedro ed all'arancio della Sicilia, fino alla quercia ed al cipresso del Nord, copriva d'ombra i giardini e sfidava i cocenti raggi d'un sole indiano. Dei casali, dei villaggi, delle ville s'addossavano alle colline che circondano il lago: in minor numero, nella costa più arida del mezzogiorno, le cui montagne erte e rocciose caddero in eredità alla discendenza di Manasseh; in più gran numero, sopra le rive occidentali del nord e dell'ovest. Là, Gamala; da lato Tarichea, Hippos, Pella, Gadara città greche; sopra la costa della Galilea, Magdala Delmanutha, Capharnaum, Chorazin e Tiberiade dalla fronte d'oro; sulla costa di Golonite, Bethsaide unita da un ponte a Julia e Gergesa; a nord, Cesarea di Filippo, e quella grotta di Panium, dalle salutari sorgenti, circondata da statue di Pan, da Ninfe, da Eco, ed il tempio che Erode fece alzare ad Augusto. Sopra ogni punto della roccia vulcanica, sopra ogni fessura della montagna, una capanna di pescatore o di battelliero; sopra ogni bricciola di terra, un mazzo di frumento, di viti, d'alberi, di fiori, di verdura. Le acque delle sorgenti e dei ruscelli rivaleggiavano di limpidità, di dolcezza, d'azzurro, colle acque del lago, calme come la pupilla d'una giovine Brettone. Delle nuvole d'uccelli, bianchi e grigi, dalle piume scintillanti, giravano in corona sulla nostra bireme che volava verso Tiberiade come un alcione.

Il sole era scomparso, ma il cielo ardeva ancora, rosso dei suoi ultimi raggi, i quali indietreggiavano dolcemente dinanzi una miriade di stelle, svelantisi gradatamente, quando la bireme si fermò nel porto di Tiberiade.

La capitale d'Antipas si svolgeva ai piedi d'una collina dirupata, presso una sorgente d'acqua calda, sulle rovine d'una città, e di tombe d'un popolo di cui è perduto il ricordo. Tiberiade era una città romana, una Napoli, una Baja, una Pozzuoli, una Siracusa dell'Asia, con tutti gli edifizii pubblici delle città romane, tempii, collegi, ginnasii, stadium, palazzi, forum, teatri, circhi e terme. Un castello coronava la città; e sotto la protezione di quella fortezza, al di sopra della città, sorgeva la Casa Dorata, residenza d'Antipas, il cui tetto era coperto di lamine d'oro, come il Tempio. Un alto muro, scendendo dalla fortezza fino al mare, circondava la città. Un porto, delle gittate, delle porte che davano su l'acqua, delle torri, delle terrazze, nulla mancava. Centinaia di barche, come tante nere bagnanti dalle pezzuole multicolori, si cullavano nelle limpide acque. Volendo popolare rapidamente le belle vie e le belle case della sua città, Antipas ne aveva fatto un asilo pei malfattori, un mercato libero pei commercianti, un sito di delizie per i ricchi, un rifugio pegli impuri, un luogo molto lucroso pegli artigiani e gli artisti, un tesoro pel povero che vi cercava lavoro, un terreno neutro per tutti i popoli. Per ciò, Tiberiade era popolata da cittadini di tutte le nazioni; Italiani, Greci, Asiatici, di tutte le parti. Lo schiavo che ne toccava il suolo diventava libero. Il malato che veniva alle sue fontane se ne tornava guarito. Antipas comperò degli schiavi e diede loro un angolo di casa nella sua città. Tutto vi abbondava: le cortigiane, i divertimenti, le derrate, il lavoro, gli dei, gli uomini d'arme, le fortune da tentare, le scienze da acquistare, la pace dell'anima, l'ebbrezza dei giuochi. Antipas, quantunque sedesse alla sinagoga, andasse al Tempio, e si ragunasse con gli altri al shema, era un Romano pel vizio, un Greco pel gusto, un Egiziano pel piacere. Egli comprendeva tutto, ammetteva tutto, e tutto amnistiava. Dava la mano a Jehovah, un sorriso a Venere, rispettava Iside, e si acconciava in buoni rapporti con tutti gli dei che si importavano nei suoi Stati.

La mia intenzione non era di godere lungamente della vita ardente della Casa Dorata, che m'era tanto andata a genio alcuni mesi prima. Lo scopo della mia escursione era di trovare un capo popolare per la grande sollevazione che io tramava contro il dominio Romano. Il Battista mi era scoppiato fra le mani, bisognava cercarne un altro. Antipas mi aveva già parlato d'uno dei suoi sudditi, ch'egli fece invitare il giorno stesso al suo palazzo. Ma io mi fermava al progetto di ritornare sui miei passi, e d'andare a Gamala per vedervi i figli di Giuda il Golonite, di cui il più giovane, Menahem, ha già figurato fra i delegati dei partiti al consiglio rivoluzionario di Gerusalemme.

Alle terme ove m'ero recato Bar Abbas mi raccontò confusamente di non so quali miracoli d'un rabbì che meravigliava i pescatori della costa di Cafarnaum. Ora, siccome io nei miei viaggi ne avevo veduti tanti di codesti giocolieri delle pubbliche piazze, non feci gran caso della scoperta di Bar Abbas. Per altro essendo l'indomani sabato, e il tempo bello, e le rive dell'acqua deliziose, bisticciando con Bar Abbas, passeggiai dalla parte orientale del lago. Volevo veder da vicino, in cima alla roccia su cui è fabbricata Cafarnaum, quella splendida sinagoga di marmo bianco, che da lungi scintilla al sole sul lago; poi, ritornando, frugare un po' in Magdala onde cercare qualche traccia di Maria che era sparita senza lasciarne alcuna.