Il sabato pietrificava l'Ebreo.

Non più un rumore nelle strade, non più lumi alle finestre; il fumo sulle terrazze delle case, il fuoco nei focolari erano cessati. La creazione era ravvolta nel silenzio. Non era più permesso di uscire, di andare a cercar acqua, di cuocere il pane, di accendere il fuoco se si era intirizziti, di rimetter in piedi il ragazzo se cadeva per terra, di abbracciare la giovine moglie, o di accomodarla nel suo letto di dolori. Se la madre stava morendo, il figlio non poteva soccorrerla. Se il suo asino cadeva in un fosso, bisognava lasciarlo divorare dai leopardi e dagli sciacalli. Ciascuno doveva restare dove si trovava e nell'istessa posizione; nè bere nè mangiare. Se l'inimico attaccava, bisognava lasciarsi uccidere; e molte volte, fino a Giuda Maccabeo, i nostri antenati erano stati trucidati così. Era nei giorni di sabato che gli Ebrei avevano quasi sempre perdute le loro battaglie contro gli stranieri, i quali, attaccandoli quando non potevano difendersi, ne avevano facilmente ragione. Non si poteva in quel giorno nefasto abbandonare il campo, continuare un viaggio, mettersi al coperto da un sole omicida, dall'uragano o dalla folgore. Il suono del corno del Tempio cangiava l'uomo in istatua come la moglie di Loth. Eccetto che nel Tempio stesso, che solo continuava il suo traffico ordinario, che riceveva le offerte — doppie di quelle degli altri giorni, — che sacrificava le vittime, e bagnava col sangue le fiamme azzurrastre dei suoi altari: eccetto in questo Tempio — perchè non c'era mai riposo per questi sacri traffici — ovunque altrove, cessavano tutti i sintomi della vita.

Noi altri Sadducei ridevamo bene di tutto ciò, avendo la massima che il sabato è fatto per l'uomo, e non l'uomo pel sabato. Hillel e Gamaliele avevano bensì detto ch'era permesso di fare buone opere durante il sabato; ma i farisei restavano incrollabili. Di maniera che Gerusalemme, a quell'ora, sembrava una città di tombe, ove l'aria stessa era divenuta muta.

Cento mila persone respiravano senza far rumore.

Tutto ad un tratto, dalla parte della porta Giudiziaria e della porta Genath, udimmo un fremito sordo, come uno sciame di api svegliate da un calabrone. Alziamo il capo, tendiamo l'orecchio. Il susurro aumenta, avanza, diviene più distinto. Sentiamo le voci e come uno strepito d'armi. Vediamo, ad onta del sabato, tutte le finestre popolarsi di teste di curiosi. Poi una luce rossastra, come di torcie accese, rischiara il cielo, cui grossi nugoloni cominciavano ad oscurare; e ben tosto dalle nostre finestre vediamo un gruppo di soldati trascinare in mezzo a loro dei prigionieri. Il nostro cuore s'ingrossa. Il corteggio avanza sempre più nel foro e si dirige poi verso le alture di Sion, dalla parte della torre Faselo. Allora diamo indietro spaventati: riconosciamo i nostri complici, ed alla lor testa, legati con delle corde ed insanguinati, Menahem e Moab.

II.

Durante il mio soggiorno a Roma, io aveva spesso inteso parlare della moglie del procuratore della Giudea, ma non l'aveva mai veduta. Claudia abitava Capri.

Ella era l'ultima figlia di quella Giulia figlia di Augusto, cui questi, dopo averla maritata a Tiberio, aveva esiliata, a causa delle sue dissolutezze. Giulia aveva avuto nell'esilio una figlia da un cavaliere Romano. Ma arrivata all'età di tredici anni ella l'aveva inviata al suo ex-marito Tiberio, il quale addobbava di giovani coppie l'isola di Capri, per rinverdire la sua caducità. Si conosce la storia «di quei piccoli bambini un po' vigorosi, ma ancora alla mammella, ch'egli abituava a giuocar fra le sue gambe, allorchè era al bagno, e che chiamava i suoi pesciolini.... Si raccontava che un cittadino Romano gli avesse legato un quadro di Parrhasius, ove Atalanta era rappresentata con Meleagro nell'istessa posizione di quei bambini con Tiberio. Questo quadro aveva il valore di un milione di sesterzi[2]».

Ora Claudia esercitava con Tiberio la parte di Atalanta.

Claudia era uno degli astri, ed uno dei delitti della corte di Cesare.