Gesù m'imbarazzava; ma al postutto avrei tirato partito dal caso che me lo conduceva sì opportunamente. Gli altri due mi tediavano. Giovanni, vedendo tante buone cose preparate sul tavolo, gonfiava le sue giovani narici, e fiutava il pranzo come un cane da caccia. Il ragazzo si prometteva un piccolo festino. Ma questa non era la mia intenzione. Volevo esser solo fra questa donna ch'io sapeva muta, fedele, prudente, ed il Rabbì a cui volevo parlare. Feci dunque cogli occhi un segno a Bar Abbas, indicandogli il piccolo Giovanni, ed allargai la mia cintura. Bar Abbas comprese, rammentandosi della nostra conversazione. Egli prese dunque pel braccio Giovanni e conducendolo fuori del giardino:

— Vieni, gli disse, voglio regalarti all'osteria. Hai quattrini, ragazzo?

Ahimè! Giovanni aveva compreso il mio segno; s'era veduto frustrato di quell'appetitosa cena, egli che era sì ghiotto, e così permaloso! Non me la perdonò mai più. Nulla potè, nelle nostre relazioni posteriori, raddolcire la reciproca nostra antipatia[40].

La cena fu fraterna e dolcemente gaja. Finita che fu, presi il braccio del Rabbì e lo condussi in quella parte del giardino che era dietro la casa.

XVI.

La notte era bella. La luna piena, specchiandosi nel lago, le dava quei riflessi brillanti e vivaci, cui l'aurora dà al tetto del Tempio, irto di lame d'oro. Milioni di stelle volteggiavano nell'azzurro silenzioso del firmamento. Nessuna voce umana arrivava fino a noi: le voci stesse della notte non avevano principiato le loro armonie. Maria, che aveva osservato il segno da me fatto a Bar Abbas per isbarazzarci di Giovanni, ci aveva lasciati soli. Il Rabbì ed io passeggiavamo sotto un pergolato di vite carico ancora di pampini violacei e di grappoli dorati, contemplando in silenzio il grandioso spettacolo del lago e le montagne vaporose della Galilea e della Perea, le piccole ville e i villaggi, che riposavano sulle rive dell'acqua, in mezzo ai giardini profumati.

Il Rabbì sembrava assorto. Evidentemente lo smacco del mattino, lo scandalo, i rumori, le risa, i motteggi che egli aveva suscitati nella sinagoga l'avevano colpito, anzi ferito. Egli, così grave, così positivo, era stato messo alla berlina sur un ribobolo — sfuggitogli per rispondere ad una importuna domanda — vi era stato confitto implacabilmente, e ricondotto a quella sua parola, quando se ne staccava, con una crudele ostinazione. Gli era stato mestieri svolgere una corona di non sensi come parole profetiche, ed alzare un bisticcio al grado di una promessa messianica. Io era stato edificato della sua persistenza del suo sangue freddo, della sua ostinazione, e della sua presenza di spirito. Egli che d'ordinario parlava poco, aveva lungamente dissertato; niente l'aveva scosso. La sua imperturbabilità, anche nel paradosso, m'aveva cattivato. La potenza della sua volontà, per non andare in collera, l'elasticità del suo spirito, per trovare e presentare sempre una nuova faccetta della sua prismatica assurdità, m'avevano sedotto. Dissi a me stesso: ecco il mio uomo, se vuol essere un uomo! L'ardire, la calma, la tenacità, la franchezza, la finezza, la frase misteriosa, l'accento seducente, lo sguardo fascinatore, la poesia.... nulla gli mancava per dare alla plebe un'anima ed un braccio.

Siccome il Rabbì, immerso nei suoi pensieri, continuava a tacere, io gli dissi:

— Rabbì, ero questa mane alla sinagoga. E' sono stati implacabili.

— Bisogna scusarli; non m'hanno compreso, rispose Gesù con dolcezza.