— Io sono il suo cane, il cane di questa bella e nobile donna.

— Alla buon'ora! Ebbene, Moab, puoi lasciarmi passare. Una vecchia ti sgriderebbe forse; una giovine, essa pure, se io fossi un vecchio savio, noioso, e di quelli che si mischiano di dar consigli. Io invece ti prometto di ridere.

— Oh! se tu potessi darle un po' di gaiezza, Giuda!

— Proviamo, Moab, proviamo.

Entrai. E per paura che Moab si pentisse, gli lasciai nelle mani le briglie del mio cavallo ed in due salti mi trovai sotto il piccolo portico davanti la porta della casa. Non c'era nessuno. Vado avanti, e fo' un po' di strepito. Finalmente scorgo una giovine schiava che mi viene incontro, tutta attonita di vedermi colà.

— Introducimi dalla tua padrona.

— Ma chi sei tu, o straniero?

— La tua padrona lo sa. Precedimi a lei dinanzi.

Noah non replicò, traversò una corte scoperta interna, che i Romani chiamano cavædium; entrò nel tablinum ove si ricevono gli ospiti, aprì una porta invetriata nel fondo di questa stanza, sotto un piccolo portico che conduceva alla parte posteriore del giardino, e mi additò la sua padrona.

Io aveva seguito Noah senza aprir bocca.