La giornata del Sabato era stata lugubre. L'arresto di ventidue capi dei più considerevoli e dei più arditi di tutti i partiti aveva colpito nel cuore la nazione. Quelli che s'erano salvati, e noi stessi, commissarii superiori, non avevamo potuto prendere nessuna risoluzione, sia che il giorno del Signore ci paralizzasse, sia che temessimo di esser sorvegliati. Noi ci attendevamo anzi di essere arrestati da un momento all'altro. Alla sera le porte erano state chiuse contro l'abitudine del tempo delle grandi feste del Purim, del Peschah e dei Tabernacoli, e i soldati romani avevano surrogato i nazionali. La guarnigione della cittadella Antonia era restata in piedi tutta notte. Tutto insomma indicava che Pilato seguiva le fila dei nostri progetti, e vegliava.
Io m'era nondimeno arrischiato ad andare a vedere alcuni dei nostri capi che abitavano la città. Non ne trovai nessuno. Del sagan e di Bar Abbas non sapevo che farmi. Justus venne a raggiungermi da Maria, come di solito, ma tremava e non sapeva nulla. Io aspettava il giorno con ansia febbrile per andare a vedere quelli di Galilea, Perea ed Idumea, che erano accampati sotto le tende o le capanne di rami sulle colline da cui Gerusalemme è coronata.
All'alba ero in piedi. Uscii dalla mia casa del quartiere d'Ophel e mi avvicinai alla porta della Torre delle donne, che conduce al sobborgo di Bezetha-Gareb, aspettando che il guardiano aprisse.
Avevo meditato tutta la notte sopra la posizione della congiura dopo la sua scoperta e l'arresto dei ventidue capi, ed avevo deciso che, in qualunque evento, bisognava spingere le cose fino all'estremo.
Sapevo fino dal principio che tutto questo non avrebbe fatto progredire d'un pollice ciò che si chiamava la liberazione nazionale, e non me ne davo alcuna pena. Il mio progetto era di compromettere la gente del Tempio, di soddisfarla per attaccarmela, e metterla male sempre più con Pilato. Il sagan che non capiva niente, che non pensava niente, si lasciava condurre, purchè lo si credesse l'anima di tutto il movimento, e che fosse lui quegli che concepiva, che comandava, il padrone, il cuore ed il cervello del popolo ebreo. Anche con me egli recitava qualche volta questa parte. Una volta compita la rottura fra il palazzo d'Erode ed il Tempio, tutto sarebbe andato per bene. Che importavano allora l'insuccesso, le vittime, l'indietreggiare d'un giorno, l'aggiornamento di alcuni mesi, il sangue degli uni o il trionfo degli altri? Io intendevo dunque di andare a spingere avanti le genti di Samaria e di Galilea che sono le più intraprendenti, ed attendevo l'apertura delle porte. Udivo dall'altra parte un rumore più forte che all'ordinario. Vedevo sul fianco della collina un movimento insolito, un mormorio lontano, continuo, che veniva da differenti punti della città e dai suoi contorni, colpiva le mie orecchie. Bar Abbas mi vide e mi venne dappresso.
Egli toccava di già ad un sufficiente grado di ubbriachezza.
— Giuda, mi diss'egli, sai dunque...
— Tutto.
— Ed ora che gli altri sono presi, che dobbiamo fare?
— Andare sempre avanti. T'arresti forse tu, se in un campo di battaglia un camerata ti cade vicino?