— Il popolo d'Israello.... cominciò Bar Abbas.
— La canaglia! interruppe Pilato da focoso spagnuolo ch'egli era.
— Se mi esprimo male in latino, che, per altro, ho parlato per vent'anni nelle legioni di Cesare, ti arringherò in greco. Vedi, Pilato, sono letterato, sai! Ho insegnato ai Galli il passo che David danzava dinanzi l'arca, ed ai tuoi compatriotti il concime di quelle lenti per le quali Esaù vendette la sua primogenitura.
Pilato si contorceva sulla sua sedia, ma Bar Abbas continuò:
— Non ho avuto tempo, o Pilato, di comporre la mia concione. Gli avvenimenti mi hanno sorpreso nella piazza del Mercato, e l'amore pel mio popolo m'ha detto: Va avanti. Mi sono posto alla sua testa, e vengo a dirti a suo nome: Quousque tandem abuteris, Pilate, patientia nostra?
— Non c'è nessuno fra voi che abbia un po' di senso comune per prendere la parola? gridò Pilato battendo col pugno sul tavolo.
— Come, del senso comune! io vengo a nome del popolo ebreo per parlarti dell'acqua e non del senso comune, io che ho avuto l'onore di parlare al divino Tiberio, tuo padrone, e di dirgli: Buon giorno, Cesare!
— Gettami codesto galuppo fuori della porta a pedate, ordinò Pilato ad un decurione di guardia nella sala.
Il decurione obbedì alla lettera; ed intento che eseguiva l'ordine, Bar Abbas sgambettava gridando e grattandosi le parti offese.
— Andiamo, via, Lentulus, a modo, fa da vecchio camerata, più dolcemente, non colla punta, dal lato... Ah, bravo, ora la tunica è forata, ed ecco la mia faccia posteriore esposta agli sguardi del signor Pilato e delle stelle della Siria.