Dopo aver messo al sicuro nella fortezza la famiglia, i parenti ed ottocento dei suoi amici, e dato congedo ad altri otto mila ch'egli non poteva proteggere, Erode s'accinse a restaurare la sua fortuna. Mio padre l'accompagnò presso Malchus re d'Arabia, che era stato colmato di favori dal padre di Erode. Malchus gli rifiutò ogni aiuto. Allora Erode si salvò in Egitto, ove Cleopatra si prese d'amore per lui. Mio padre lo strappò dalle braccia di quella sirena, che aveva perduto tanti Romani. Erode s'imbarcò in Alessandria onde andare a Roma, e venne a Pamphilica, di dove una terribile tempesta lo sbalestrò in Rodi.

La città era rovinata dalla guerra contro Cassius. Erode l'ajutò a riedificarsi. Egli si fece costruire una trireme, e approdò a Brundusium, e di là si recò a Roma. Erode, sempre accompagnato da mio padre, restò a Roma sette giorni, e furono bastanti. Egli ricomperò da Marco Antonio il regno di Giudea, come aveva comperato la dignità di tetrarca. Il senato pubblicò il decreto. Ottavio ed Antonio lo colmarono di feste, ma egli partì immediatamente. La sua famiglia era assediata, i suoi amici perseguitati. Sbarcò a Tolomaide, vicino a Joppa, s'impadronì di tutte le città della Galilea, liberò la sua famiglia da Masada, presso Gerico, saccheggiò la piazza, e dopo tre anni di combattimenti, di avventure, di fortune e di rovesci, condusse il suo esercito sotto le mura di Gerusalemme.

Antigonus era stato dichiarato nemico dei Romani, ed Antonio, allora nella Siria, aveva inviato Sosius con diverse legioni per ajutare Erode. Gerusalemme fu assediata dallo stesso lato nord, donde Pompeo l'aveva presa. La resistenza degli assediati fu grande, ma alla fine le truppe di Erode e le romane presero la città d'assalto. La strage fu sì enorme che Erode intervenne, e domandò a Sosius se intendesse non lasciargli che un deserto per regno. Ottenne in fine dai Romani che Gerusalemme fosse risparmiata, pagando una taglia onde liberarsi dal saccheggio e dallo sterminio. Antigonus andò a gettarsi ai piedi di Sosius, che lo chiamò Antigono, ma lo trattò da uomo, ritenendolo prigioniero. Egli lo presentò ad Antonio. Questi lo riserbava pel suo trionfo, ma Erode lo comperò e gli fece tagliar il capo in Antiochia. E così finì, dopo cento e ventisei anni, il regno degli Asamonei — famiglia di preti, illustrata da tanti fatti coraggiosi, lasciando il regno ad un Idumeo, un mezzo ebreo, di nascita volgare, ma di cuor forte.

Parlerò altrove d'Erode.

I Maccabei sono stati dipinti come tipi d'eroi. Cosa hanno fatto essi pel loro paese?

Liberarono gli Ebrei dai Macedoni, e li diedero in mano ai Romani. Si francarono dai re di Siria, per cadere sotto la protezione dei proconsoli imperiali. Ma liberarono essi l'anima della nazione? L'Ebreo restò ebreo — cioè al di fuori del movimento del mondo, suddito d'un prete, allorchè si sarebbe dovuto alzarlo a cittadino libero. Ora il giogo della dottrina farisea abbrutiva il popolo ben più che il giogo della dominazione greca. Poichè si violava la legge di Mosè, non si doveva sostituirle la legge orale delle sinagoghe e del gran collegio. Il patto di Mosè era pesante; lo si fece più grave ancora con un'aggiunta di ridicole ordinanze. I Maccabei avevano cumulate le funzioni di gran sacerdote con quelle di re, ed avevano creato la monarchia teocratica che è una tirannia sovrapposta ad un'altra tirannia. Mosè aveva nel gran sacerdote abbozzato un sorvegliante del re; i Maccabei ne fecero il complice e la ripetizione.

Coi Maccabei, la classe di mezzo trionfò. Questa era ritornata dalla cattività di Babilonia non già istrutta dalla civiltà fastosa, splendida, voluttuosa, attiva degli Assiri, ma turbata, spaventata dall'idea che il popolo, sedotto da quell'esca, potesse sfuggirle di mano, e invidiosa delle classi aristocratiche che tendono a dare al popolo la libertà del benessere e quella della coscienza. L'esiglio per questa parte degli Ebrei — l'aristocrazia sadducea — che godeva e pensava, non era a Babilonia, ma in Gerusalemme. Il Fariseo era il carceriere dell'anima di questo popolo, di cui Mosè aveva voluto fare non lo schiavo di Dio, ma il suo sacerdote. Che aveva guadagnato questo popolo ad essere liberato dai Macedoni? L'intolleranza, la miseria, la solitudine. Il mondo si chiudeva intorno a lui; questo mondo era il peccato, l'inimico, l'impurità, peggio ancora che sotto le leggi del grande legislatore; la riserva che egli aveva imposto, aveva preso sotto i Farisei le proporzioni di un delitto. I Maccabei non emanciparono la nazione ebrea; la fecero soltanto cangiare di giogo.

Ecco da quali antenati io discendeva; ecco a qual setta io apparteneva. La mia famiglia, sadducea e gente da guerra, aveva nelle vene una goccia di sangue degli Asamonei; mio padre le infuse poi una goccia di sangue straniero.

VI.

Io pensava a tutto questo, o per dir meglio tutto questo scorreva nel mio pensiero, come l'acqua d'un fiume passa sotto i nostri piedi, mentre che dall'alto del ponte noi contempliamo un lontano paesaggio perduto nell'ombra. Le due parole di Cneus Priscus «lo conosco» rilevate da un tal tuono amabile, che nella bocca di quel carnefice degli ebrei diveniva sinistro, fiammeggiavano dinanzi al mio spirito, e lo assorbivano.