La mia tempera non è di quelle che piegano sotto la paura. Io creava il pericolo per avere la gioia dell'emozione. Lavoravo da due anni ad infiammare la Giudea come gli altipiani di Puteoli, onde dare la caccia ai miei nemici. Non m'ero per nulla nascosto, nè stato in guardia, senza ostentazione però nè storditezza; in guisa che tutti sapevano che io ispirava ed incoraggiava tutto ciò che aveva forma d'odio contro i Romani. La gioventù di Gerusalemme mi salutava come suo capo, perchè io mi decidessi ad essere tale. La mia nascita, il partito al quale appartenevo, il mio lungo soggiorno a Roma, i miei viaggi in Grecia, in Egitto, nella Fenicia e nella Siria, in tutta l'Asia insomma, i miei gusti, le abitudini della vita, l'eleganza dei miei modi, le mie relazioni, la mia apparente frivolità, le mie avventure, la mia ganza Maria di Magdala, che io aveva messa su come regina di Gerusalemme, tutto, incluso la mia persona, mi faceva risaltare come il punto più saliente e più risplendente della città. Era egli da stupirsi, se Cneus Priscus mi conoscesse? Nulla ostante mi sembrò che nella intonazione dolce della sua voce vi fosse una minaccia, nel suo sorriso una condanna.

Justus mi aveva seguito senza che io me ne fossi accorto. Mi trovai senza avvedermene dinanzi la casa bianca di Maria, nascosta dietro una verde cortina di tamarindi. Passando la soglia della piccola corte scoperta che precede la casa, vidi Justus.

— A proposito, gli dissi io, vieni a cenare con noi stasera. Cerca di trovare quella mala lana di Bar Abbas; ho d'uopo di distrarmi. E se Menahem è in istato di venire, magari in lettiga, conducilo teco.

Mentre dicevo queste parole, Maria, che non era ancora rientrata dal circo, si mostrò sulla porta. Justus, che partiva, si fermò come affascinato. Egli aveva forse ragione.

Quella ragazza era risplendente di bellezza. Si sarebbe detta un raggio d'aurora scolpito a donna. Uno sciame di giovanotti l'aveva accompagnata fino alla sua dimora, raccontandole mille bazzecole, coprendola di fiori, non potendola coprire di baci. Io l'avevo creduta la più bella creatura della Giudea, prima di quel guizzo di donna che m'era apparso nel circo chiamando Moab, e che dominava la stessa misteriosa nebbia in cui Cneus Priscus aveva immerso il mio spirito. Maria non aveva nulla conservato del costume delle figlie della Giudea. La si era foggiata una forma di tunica e di peplum come una cortigiana greca, tagliati in una stoffa di Babilonia. Pareva una Ester acconciata dalle mani di Laide. Allorchè ella penetrò nella corte, mi sembrò che una nuvola cosparsa di stelle argentee mi si sciogliesse addosso. Mi saltò al collo. Ella era stata testimone della mia piccola scena colla pantera, e mentre tutta Gerusalemme credeva che io mi fossi sottratto ai ringraziamenti di Claudia per modestia o per noncuranza, Maria aveva pensato: È per me che egli sfugge la vista dalla superba nipote di Cesare!

— Bravo il mio leone, esclamò ella, colmandomi di carezze. Oh! come eri bello, e quanto t'amo!

Justus si precipitò al di fuori per andare in cerca di Bar Abbas. Rientrammo, ed io mi lasciai cadere sopra i cuscini di porpora. Maria s'accorse allora che ero pallido e distratto.

— Che hai, amor mio? sclamò essa. Si direbbe che t'abbi la febbre.

Raccontai a Maria le mie preoccupazioni. Ella scoppiò dalle risa.

— Abita forse la luna il tuo Romano?