— Alla torre Phasaelus, rispose Cneus con un lieve sorriso. Vi sei atteso per cenare.
— È là che Pilato ti manda i resti della tavola dei suoi schiavi? domandai con aria insolente.
Cneus non m'intese forse: e' non rispose.
La città formicolava di popolo perchè le feste duravano ancora. Sotto le tende delle grandi piazze alcuni cantavano, altri giuocavano o passeggiavano al chiaro di luna. Le donne preparavano la cena e venivano a cercar acqua alle fontane, la brocca sulla spalla, chiacchierando dello spettacolo del giorno e del combattimento degli elefanti del domani. Incontrai uno dei figli di Hannah che mi riconobbe e fece un balzo di sorpresa. Gli dissi in vecchio ebraico: Sta calmo!
Dieci minuti dopo eravamo nella corte della torre di Phasaelus. Abbandonandomi nelle mani del carceriere, Cneus osservò:
— Non è precisamente a cena che il procuratore t'invita, ma e' ti offre un riposo tranquillo. In quanto alla cena, siccome qui noi non abbiamo che i resti degli schiavi, non oserei umiliarti facendoteli presentare. Buona notte, e che Venere ti dia in sogno ciò che la tua amante dà al tuo amico in realtà.
— Grazie, camerata. La tua non ha più nulla a dare; la è stata svaligiata. Tu sei più felice di me.
Fui condotto sotto la porta di un sotterraneo che s'addentrava nelle viscere della collina. Mi sentii spinto, rotolai non so quanti gradini, e mi trovai lungo disteso sopra un corpo fetido e molle urtando dei piedi, nelle tenebre, in qualche cosa che mi sembrò una carcassa, e toccando colle mani un non so che di freddo e di viscoso, che spiccò un salto al mio contatto e che doveva essere probabilmente un rospo od una lucerta. A questo senso di ripugnanza balzai, e mi arrampicai di nuovo fino al gradino superiore della scala. Là cercai di restare in piedi il più che potei; poscia, come io sentiva il sangue danzare un'ardente pirrica nelle vene, e la vertigine mi trascinava ad onta della tranquillità perfetta del mio spirito, sedetti.
I sorci, i rospi, le lucerte, che so io? si davano una festa od una battaglia nel torace dello scheletro. Gridavano e si divoravan l'un l'altro. Dei rettili più timidi strisciavano ai miei piedi. I gradini della scala erano lubrici per l'umidità. Tutte queste cose schifose non mi lasciavano dimenticare che avevo fame e sopratutto sete. La mia gola sembrava accesa, la bocca era secca come le foglie del deserto. L'anima fe' prova di domare il corpo; poi vi rinunciò. Io pensava freddamente, mentre tutto il mio individuo bruciava. Cosa strana! nelle situazioni difficili è il passato che ci accascia, e l'avvenire che ci sorride. Io non aveva nulla per altro che dovesse inquietarmi molto, nessun rammarico e nessun rimorso. A ventitrè anni non si hanno a contare che i piaceri gustati. Tutt'al più delle pene d'amore. E io non aveva neppur queste.
Avevo lasciato a vent'anni Roma, ove dei maestri greci avevano perfezionato la mia educazione. Avevo viaggiato, tornando a Gerusalemme, in Grecia, in Egitto, nell'Arabia, nella Fenicia, in tutta l'Asia, infine, a traverso le cortigiane, le feste, le corti, le avventure le più deliziose, avendo un corpo d'acciaio cesellato in forma di donna. A Tiberiade, la mia parente Erodiade aveva fatto delle pazzie per trattenermi. Maria che avevo incontrata a Magdala, mi aveva, dirò quasi, rapito. Tutto ciò era gaio, rosa, trasparente, e ciò nonostante quelle memorie mi opprimevano. Il piacere s'era volto in agro. Mio padre era morto. Mia madre, sempre malaticcia e annoiata del sole della Siria, non si occupava che di sè stessa, e un poco delle mie sorelle. Ma essa fuggiva i dispiaceri come una minaccia di morte, e pensava solo alla sua persona, alla sua vita, alla sua salute, al suo ben essere. Avrebbe torto il collo allo Spirito Santo per farsene una coppa di bibita lassativa. Avrebbe appreso con eroica rassegnazione che io era in prigione.... per la causa del mio paese. Quella povera donna non odiava che i Romani, e non comprendeva che la sua Bretagna.