Maria non aveva che a scegliere la sua consolazione, fra due: oh, povero Giuda! Tutta la gioventù di Gerusalemme le offriva questo alleviamento al suo dolore, compresi i vecchi, ed alla loro testa il sagan.
Perchè dunque io mi sconfortavo al ricordare mia madre e Maria? Le tenebre, la fame e la sete si stemperano e stingono sull'anima: la stoffa resta l'istessa; il colore s'insudicia. Cosa potevo io temere dall'avvenire? La morte sulla croce e nel circo. A ventitrè anni questa sorte era lugubre, quando la società e la natura hanno fatto di tutto per seminarvi la via di felicità. Eppure io non me ne spaventava. Al posto della croce io vedeva quella Romana, di cui avevo salvato la vita, che dettava la sentenza dietro la sedia curule di suo marito; nel circo, io vedeva quella donna misteriosa che si mischiava a tutti i miei sogni e avviluppava le mie memorie e le mie speranze. Ovunque l'anima mia s'apriva, la si urtava a quel fascino. Da quell'immagine principiò la mia corsa a traverso il passato e l'avvenire. Sopra quell'immagine mi addormentai.
Quanto tempo durò quel sonno? Era notte ancora, o il giorno era già spuntato? Non ne sapevo nulla. Un dolore acuto mi risvegliò di soprassalto. Un topaccio cominciava a rosicchiarmi il tallone dopo aver divorato il sandalo. M'alzai. La battaglia sullo scheletro durava ancora. E nessun altro rumore arrivava fino a me.
Diverse ore passarono ancora così. Questa fiata l'anima riposava; il corpo si lasciava andare a tutti gli spasimi. Dico tutti gli spasimi; realmente, uno li assorbiva tutti: la sete! Sentivo il sangue ribollirmi negli occhi.
Alla fine mi parve d'udire un rumore nei corridoi della prigione; poi un passo pesante avvicinarsi, una voce brontolare sordamente, un mazzo di chiavi agitarsi, una chiave entrare nella serratura della porta contro la quale io m'appoggiava, e sentii quell'uscio aprirsi, stridere sui suoi cardini, colpirmi nelle spalle, spingermi con forza e precipitarmi in fondo alla scala.
Allo scarso lume che filtrò da quell'apertura abbracciai in un colpo d'occhio il quadro indefinibile della mia prigione. Tutti i figli della putrefazione saltarono, fuggirono, s'arrampicarono, sguizzarono in ogni senso, ed andarono a profondarsi in una specie di voragine nera ed infetta che s'apriva spalancata in un angolo della prigione. Era uno scheletro davvero che giaceva sopra quella terra nera ed umida come quella di un pantano. Le mura verdastre erano marcate da segni fatti con dei chiodi: forse delle memorie, forse delle maledizioni. In cima alla scala, sulla soglia, nel vuoto della porta, staccandosi in nero per la luce che lo rischiarava di dietro, tenevasi ritto il carceriere. Era un vecchio.
— Hai dormito bene, ragazzo mio? — mi chiese egli con una voce melliflua che mi diede un brivido, voce che rassomigliava al dolce nicchiar della tigre quando giuoca coi suoi piccoli.
Lo guardai, salendo, alcuni gradini, e mi fermai d'un tratto vedendolo indietreggiare di qualche passo.
— Perfettamente, risposi, e voi, babbo?
— Malissimo: una pulce mi ha dato rovello. Ma tu devi aver fame, povero figliuolo, — continuò coll'istesso tuono di voce.