Io avevo preso l'abitudine, trovandomi in situazioni ardue, dinanzi a cose od a persone che non comprendevo bene, di recitare una parte che si presta a tutte le evoluzioni: la fatuità. La fatuità è un terreno neutro da cui puoi prendere qualunque mossa. Un passo in dietro, è la melensaggine: sei Antonio. Un passo avanti, è lo spirito: sei Cesare o Alcibiade. Un passo da una parte, sei uno sciocco: Sansone o Goliath. Uno dall'altra, è l'arguzia pretenziosa, è Salomone. In breve, dal punto centrale della fatuità si può entrare in tutte le altre parti senza sforzo, ed avere il tempo di scandagliare, di comprendere, di decidersi, senza nulla compromettere storditamente. Così, per esempio, alla domanda singolare del carceriere, io risposi:

— Fame? neppur per idea. Finisco di pranzare.

— Come dunque? gridò con voce rauca e tremante dalla collera. Avrebbero forse preso la chiave dalla mia cintura?

— Niente affatto, caro babbo, risposi tranquillamente.

— E dunque allora?

— Allora, ho ucciso con un pugno un sorcio grosso come un lepre, che si divertiva a provare i suoi denti contro questo sandalo, e l'ho mangiato. Era delizioso! Altro che i grilli degli Esseniani del Giordano!

— Corpo di mille saette! gridò il vecchiaccio, e dire che non ho mai pensato ad utilizzare quel selvaggiume per nutrire i miei ospiti! Grazie, ragazzo mio: tu mi fai una rendita. Mi dispiace però che tu abbi pranzato così bene. Avevo l'intenzione di darti un bel palombo arrostito in mezzo a due fette di pane impregnato d'olio ed aceto, con due foglie di lauro.

— Eccellente, babbo mio, eccellente: vi permetto di darlo per cena ad un conduttore di camelli o di dromedarii, al quale andrà certo a genio.

— Te' te'! il re Erode se ne faceva un regalo.

— Il re Erode era il pronipote d'un cammellaio di Ascalon.