Un soffio d'aria profumata che mi carezzò le narici, malgrado la stoffa tesa sul mio viso, m'avvisò ch'eravamo vicini ad un giardino. Ancora una rivelazione. Per farmi cangiare di prigione o condurmi al pretorio o al sanhedrin non c'era giardino da traversare. Penetrammo in un viale. Sentivo sotto i miei piedi la fina sabbia del fiume. L'odore che m'inebbriava non poteva venire che da qualche conserva, poichè l'autunno nei nostri climi non ha di quei fiori. Udii qualcuno della scorta allontanarsi, probabilmente per andar a prendere degli ordini, e ritornare poco dopo, sempre silenziosamente. Nondimeno comprendevo perfettamente ch'eravamo vicini ad una casa, perchè la mia benda non impediva al rumore delle voci e del movimento di arrivare alle mie orecchie. Attendemmo un quarto d'ora forse. Alla fine mi sembrò udire un passo leggero e il fruscio di un vestito di donna. Non m'ingannavo. Udii il passo della scorta che si allontanava, poi una mano di donna prender la mia dicendomi dolcemente: «Vieni.»
Io non risposi. Il mio cuore batteva forte. Quella mano era così soffice e così tepida, quella voce era così vellutata, che per un istante credetti toccare quelle mani delle cortigiane romane che davano il brivido allo stesso Catone, ed udire quella voce delle etaire di Corinto, che turbava la ragione di Socrate stesso.
Seguimmo diversi corridoi e passammo per alcuni atrii, scendemmo per più scale, mentre un delizioso mormorio d'acqua, cadente nelle vasche di porfido, blandiva le mie orecchie, irritava la mia sete. Ci fermammo ancora. La persona che mi accompagnava soffiò all'orecchio d'un'altra alcune parole che non potei comprendere, quantunque io conoscessi il greco. Cinque minuti dopo, la stessa persona ritornò; disse ancora alcune altre parole nell'istessa maniera, e riprendemmo il cammino discendendo alcuni gradini e seguendo un portico; poichè l'aria che sfiorava la mia fronte era fresca. Finalmente penetrammo in una stanza la cui atmosfera calda e densa era soffocante.
— Eccoci arrivati, disse ella, che gli Dei realizzino i tuoi desiderii.
Disparve. Io restai un momento silenzioso. Poi una mano sollevò la mia benda, mentre un'altra tagliava le corde che mi martoriavano i polsi. Le corde si staccarono, la benda cadde. Io vidi. E restai abbagliato.
VII.
In quell'istesso momento, i miei amici, in casa del sagan, mi davano per perduto.
Era l'ultimo giorno della festa dei Tabernacoli, e l'ultimo delle feste del circo date da Pilato. Gli Ebrei delle provincie, venuti a Gerusalemme per la solennità nazionale, stavano per ritornare alle loro case, nella notte o all'indomani. Gli Ebrei di Gerusalemme che avevano preso posto sopra i gradini dell'anfiteatro erano stati ancora in minor numero dei giorni precedenti. Il livello dell'odio della grande città aumentava; il sangue spazzato via aveva lasciato traccie indelebili. I capi partito della Galilea, della Perea, delle due tetrarchie, volevano intendere l'ultima parola onde agire in conformità. La notizia del mio arresto non era conosciuta che da loro, ed aveva irritato la loro collera. Hannah tremava per sè stesso, ed era imbarazzato. L'altezza alla quale io l'aveva condotto gli dava la vertigine.
Si sapeva che io era inghiottito nelle viscere della torre Phasaelus. I bracchi del sagan avevano scandagliato il palazzo d'Erode: e' si taceva. Questo silenzio spaventava ancor più il sagan. Maria credeva che dopo il banchetto di Pilato io avessi fatto una gita a Gerico per vedere mia madre.
Hannah avrebbe voluto evitare di ricevere i nostri emissarii delle provincie, sapendosi sorvegliato da Pilato, e sapendo di più che c'era una spia in mezzo a noi. Ma non poteva non riceverli senza abdicare, senza sollevare i sospetti negli amici, come li aveva risvegliati nell'inimico.