L'ex gran sacerdote si era giusto alzato dal suo sontuoso pranzo, allorchè i cospiratori sfuggiti alla trappola di Josafat, principiarono a fare irruzione nel suo superbo palazzo. Primo fu Jesus Bar Abbas, che dopo aver fiutato tutto il giorno intorno la residenza del procuratore onde buscar notizie, veniva ora dalla torre Phasaelus ove aveva ricevuto, per sola guisa d'indizio, una serie di calci e scappellotti. Decisamente, per essi, Moab era sparito ed io rapito. Bar Abbas entrò grattandosi le parti abbondantemente offese e brontolando:
— Oh no! non si dirà più che Bar Abbas non paga i suoi debiti: questo qui lo pagherò. Credo che ci sia lesione d'ossa nelle mie regioni occipitali. E poi sono stato quasi quasi rapito ancor io. Forse che il pranzo quotidiano mi darebbe una bella cera? Una mariuola, alla vostra porta stessa, si è aggrappata al mio mantello, che non ne poteva più, dicendomi con una bocca rosea, — che odorava deliziosamente di cipolla, — che aveva adornato il suo letto con un tappeto dipinto d'Egitto, che aveva profumata la sua stanza con mirra, aloè e cinnamomo, e che m'invitava quasi che mi fossi il re Salomone[11]. E la tirava il mio mantello da una parte, mentre io, premuroso di arrivar qui, lo tirava dall'altra, ed ecco come la metà del mio copridosso se n'è andata dove avrei voluto veramente andar ancor io. Avreste un mantello di ricambio da prestarmi, sagan?
— Diverresti tu per caso un onest'uomo?
— Giammai. Ciò rimpicciolisce. Io aspiro a divenir gran sacerdote.
— Va a cena, disse il sagan ridendo. Un posto a tavola ti conviene meglio, cred'io, che un posto di gran sacerdote.
Menahem, appoggiato ad alcuni dei suoi amici, entrava in quel momento, e poco dopo arrivarono gli altri.
Il sito ove il sagan riceveva i cospiratori era una camera ritirata, in un angolo remoto del palazzo, che sporgeva sopra un cortile e metteva sulla strada per una porta nascosta in un assito. Le mura erano incrostate di marmo verde, il soffitto di legno di cedro intagliato a rosacci. Rischiarata da un solo candelabro, quella stanza aveva l'aspetto funebre; quell'assemblea, l'aria di una riunione di banditi. Perocchè le fisonomie di quei giovani erano in gran parte fiere e tristi. La luce inondava della sua fiamma rossastra la testa gialla e la barba grigia del sagan; ed i suoi occhi neri, vivi, inquieti brillavano d'un doppio guizzo, aguzzati dalla lunga tunica bianca e da un caftan celeste contornato d'un cerchio d'oro. Egli aveva l'aria grave e tacevasi, giuocando colla sua lunga barba. Hannah era un uomo di poco più della cinquantina. Si aspettavano da lui le spiegazioni sul mio arresto e sulla mia situazione, sulla strage causata dalla richiesta dell'offerta, sull'attitudine presa dagli abitanti di Gerusalemme, sulla condotta che si doveva tenere. Vedendo che Hannah si preparava piuttosto ad ascoltare che a parlare, Menahem disse:
Sagan, noi partiamo questa notte; che dobbiamo dire ai nostri fratelli per consolarli della funebre notizia che ci ha già preceduti e che ha messo il lutto in tanti cuori?
— Dite che bisogna sperare, rispose il sagan. Ove la semente cade, nasce la spica.
— Non basta questo, riprese Menahem. Bisogna che sappiano quando questa spica nascerà; chi la mieterà e di chi sarà l'alimento. Noi non abbiamo tutti le stesse credenze e l'istesso scopo.