— Come sempre, o sagan. Sì, m'ero incontrato con Justus sotto il porticato d'Erode ed ero andato con lui al Tempio per portare, come gli altri, la mia offerta al Signore. Io volevo essere splendido, ed offrire un giovine toro. M'avvicino, nel mercato, ad un mercante idumeo, e gliene domando il prezzo. — Venti sicli (100 lire), mi dice egli. — L'hai dunque rubato, gli rispondo io, per vendere un animale così nobile ad un prezzo così vile? venti sicli? è regalato. — Mi scusi, grida il mercante, venti sicli? ho detto venticinque. — Ah! così va bene, rispondo io, e metto la mano nella tasca della tonaca a diritta. Cerco e ricerco, non avevo i venticinque sicli. — Bene, dice Justus, offri dunque un montone. — È vero, dico a me stesso, un montone l'è proprio un'offerta da re! E mi volgo ad un pastore dei monti di Moab che ne aveva in vendita uno di stupendo. — Che prezzo domandi di questa bestia? — Venti denari, capitano, risponde il montanaro. — Vergogna! un montone che ha delle corna da far morire di rabbia Mosè? che ha la lana soffice come i mustacchi del rettore Simeone? Le bestie sono dunque in abbondanza nel tuo paese eh? — E pongo la mano nella tasca sinistra. Non avevo i venti denari. — Va là, disse Justus, offri un capriolo. — Bravo, dico io, un capriolo è ciò che mi va. Io amo il capriolo: perchè il Signore sarebbe più schifiltoso che non mi sono io, vecchio legionario di Augusto e di Tiberio? — Sbircio in un angolo un uomo di Samaria che aveva un superbo capriolo bianco con delle macchie scure e un muso rosa come una vergine del Tempio, degli occhi teneri e velati da una lagrima. Lo si sarebbe mangiato di baci — cotto in punto, e bagnato d'una rugiada di acqua ed olio con un ramo di rosmarino. Non se ne domanda che tre denari (due lire e mezza). Cavo la borsa dalla cintura: i tre denari non c'erano più. — Senti, dice Justus, un colombo è ciò che ti va bene. Comprane uno e finiamola. — Ma l'è precisamente quello che pensavo io fino da questa mattina, rispondo. Un colombo bianco come le ali d'un cherubino.... Sagan, hanno le ali bianche, i cherubini? Ben devi saperlo, tu. Mi decido dunque pel colombo. Non costa che un mezzo denaro. Guardo, frugo, rifrugo in tutte le mie tasche; poi stendo la mano al mio amico Justus, e gli dico: prestami un mezzo denaro. Ah! se aveste veduto che faccia m'ha fatto! Si sarebbe detto che gli avessi domandato un dente.
— Gli è che, ripetè Justus, te ne ho prestati tanti di sicli, denari e mezzi denari....
— Meglio, dico io, vai a ridomandarmeli mo! Finalmente, gettando un sospiro da rovesciare la torre Mariamna, Justus mi pone in mano la moneta che gli ho chiesta. Volete che ve lo dica? non avevo mangiato nulla fino da jeri, e non avevo bevuto niente, all'infuori di alcuni sorsi d'acqua della fontana di Salomone. Il Signore, lui, aveva ricevuto un sì gran numero di bestie d'ogni specie, che appena appena avrebbe più accettato la nobile testa del gran sacerdote Caifa. Mi decidevo dunque a bere il mio colombo, e ponevo il mezzo denaro in tasca, allorchè delle grandi grida si fanno udire dalla parte della porta di Bronzo. Un tafferuglio nella città di Gerusalemme senza di me! dico io: sono rubato! E corro. Era della bordaglia, che avendo trovato una giovine donna nel sobborgo di Besetha, in flagrante delitto d'adulterio con un soldato legionario Romano, la conduceva dinanzi il Sanhedrin perchè la fosse condannata ad esser lapidata.
Moab alzò la testa, che aveva tenuta fino allora appoggiata sulle ginocchia.
— La donna era giovine e bella ancora, continuò Bar Abbas, malgrado lo strazio della miseria che si scorgeva nei suoi tratti e nei suoi vestiti. Io la conosceva già. È di Gerico e si chiama Lia. Suo marito essendosi riunito alla setta degli Esseniani l'ha abbandonata da due anni insieme col suo bambino. Ella vive pettinando lana. Probabilmente il lavoro le era mancato. Gli scribi ed i farisei, che erano nella corte dei Gentili, e le guardie del Tempio, si affollavano intorno al gruppo che trascinava quella donna scapigliata, affogata nelle lagrime e gridante: Oh il mio povero figlio, il mio povero figlio! — To', dice allora un levita: se andassimo a vedere cosa ne dice il Rabbì di Galilea che predica lì abbasso, presso il pozzo di Salomone? — Sì, sì, rispondono in coro tutti i parassiti del Tempio, conduciamola dal Rabbì di Galilea. — Fino dal mattino questo Rabbì era andato di corte in corte, e di portico in portico, facendo capannelli intorno a sè ed indirizzandosi al popolo. Aveva provocato ed irritato i farisei mettendoli in ridicolo e trovandoli in fallo. Aveva parlato contro il Sabato, contro il lavarsi le mani, contro le pratiche esterne del culto: e che so io! di tutto infine. Il popolo diceva: Ma vediamo dunque, questo Rabbì non sarebbe egli un pochino profeta, un bricciolo di messia? Ed egli non avea risposto nè sì, nè no, ma aveva lasciato andare ora una parabola, ora un tale arruffamento di parole, che Satana strangolerebbe chi ne avesse compreso una sillaba. I farisei credevano ora di prenderlo in trappola. La legge di Mosè è chiara come la fontana di Siloam. Si spinge dunque la donna dalla parte ove era il Rabbì, e tutti si affollano per vedere ed intendere. Il caso era grave. La risposta doveva esser precisa. Pilato se ne ride dell'adulterio, che per lui non è nè un delitto nè un peccato. Ma il Rabbì cosa risponderà? Se condanna la donna, si disgusta con Pilato; se l'assolve, si abbaruffa con Mosè. Egli li lasciò venire. — Rabbì, Rabbì, gli si grida da ogni parte, ecco una donna che abbiamo presa sul fatto stesso d'adulterio. È maritata, tutti lo sanno, ed ella stessa lo confessa. — Hum, brontolò il Rabbì senza alzar la testa ed avendo l'aria di continuare a tracciare dei rabeschi sulla sabbia della corte. — Maestro, gridava disperata la povera donna; avevo fame, il mio bambino aveva fame, eravamo digiuni da due giorni. Non una bricciola di pane, non un denaro, il focolare era freddo. Il Rabbì levò gli occhi sopra la donna, e dopo averla considerata per alcuni istanti: — Sì, eh! mormorò continuando a tracciare sgorbi nella polvere. — La legge di Mosè è chiara, osservò Gamaliele che aveva seguito la folla. — Cosa ci comanda codesta legge? domandò con calma il Rabbì. — Di ucciderla a colpi di pietra, si gridò da ogni parte.
Moab che aveva ascoltato questo racconto di Bar Abbas, a questo punto si levò d'un salto, come se avesse camminato sopra una vipera. Era spaventevolmente pallido, ma non disse una parola. Noi lo guardammo, sorpresi. Bar Abbas continuò:
— La povera donna non cessava dal gridare: grazia, grazia! Avevo fame, il mio ragazzo aveva fame; non trovavo più lavoro, non avevo credito, non mi si faceva carità. — Qual è la legge? disse ancora il Rabbì volgendosi a Gamaliele. — Tu che insegni tante cose, rispose il maestro del collegio, dovresti pur conoscerla. — La tua opinione dunque è che ella sia lapidata? insistè il Rabbì. — È la legge, risponde Gamaliele. — Bene allora, grida il Galileo levandosi e dominando col suo sguardo quell'assemblea curiosa, e piena di ansietà. Bene! replica egli, colui in fra di voi che si crede senza peccato le getti la prima pietra.
Questa frase fu come uno scongiuro magico. Tutta la folla restò sorpresa per un istante, non comprendendo nè indovinandone il senso; poi ognuno s'allontanò in silenzio, con la testa bassa, e gli occhi pensierosi. Il Rabbì si avvicina allora alla donna che era caduta quasi svenuta nella polvere, le pone in mano di nascosto una moneta, la sola forse che possedeva, e le dice con soave sorriso: Va, povera donna, va e non peccare più.
Vedendolo levarsi dal posto ove stava seduto, io aveva biascicato: To'! ma gli è mio nipote codesto Rabbì!
Egli non mi aveva forse udito. Mi sono allora avvicinato. Voi lo comprendete. Se io mi potessi attirare un uomo di simile levatura nel nostro progetto, pensava io.... — Nipote, gli dissi, non riconosci più il marito della sorella di tua madre? — Il Rabbì levò lentamente il capo, e fissò il suo sguardo su me. Questo sguardo si rischiarò, si dilatò, divenne infiammato. E' fece un passo indietro.... e mi disse: Vattene, zio!