— Eh! diss'io alla fine, torcendo gli occhi da lui, al postutto, e' sarà un pasto reale pei cani della Voragine dei cadaveri.
In quel momento, una voce stridula e dei passi rumorosi si fecero udire alla porta della strada prima, e ben tosto nelle scale e nell'anticamera. Poi la porta s'aprì e Bar Abbas, seguito da Justus, entrò trionfalmente.
— Non è colpa mia, sagan — miagolò egli — non è mia colpa, così Satana mi faccia gran sacerdote! se siamo in ritardo. È una storia graziosa, e ve la racconto come la sta.
Là dove Bar Abbas entrava, entrava il rumore. In ogni sito ove egli si presentava, tutti erano intorno a lui a festeggiarlo. Egli cominciava per far ridere, si finiva col bastonarlo. Le brighe seguivano i suoi passi. Se un giorno non riceveva delle busse, la sera era di un umore da appiccarsi per la tristezza. Per consolarsi, si ubbriacava.
La sua persona andava tutta di traverso. La parte sinistra del suo corpo spingeva avanti ed in alto la diritta: di maniera che i suoi occhi correvano verso le tempie, la bocca verso l'orecchio, il naso, il mento, tutto andava dall'oriente al ponente. Un colpo di cesto di un gladiatore, ricevuto in una rissa, aveva causata questa deviazione sopra la sua faccia. Dei denti, non si parlava più. Una barba grigia, dei capelli grigi, facevano ombra al suo naso rosso, venato d'azzurro, gremito di porri neri e velluto. Era piccolo, membruto e leggermente claudicante.
Bar Abbas aveva servito nelle legioni Romane per vent'anni, a piedi ed a cavallo, poi era ritornato a Gerusalemme, presso sua moglie, la quale, credendolo morto dieci volte, se n'era consolata venti. Nessuno avrebbe potuto dire a che Dio egli credesse, se questo disgraziato pagano non si fosse affrettato di mostrare, dalle sei del mattino alle sei della sera, che adorava Bacco e corteggiava la Dea Stercuzia. Nessuno poi gli aveva mai veduto un mantello o una tonaca che non fossero a pezzi.
Un uomo simile, nato nella Perea, non poteva che arruolarsi fra gli Erodiani e divenire uno dei loro capi.
Entrando, Bar Abbas pestò i piedi nudi di Moab, diede una spinta a Menahem, allungò la mano per staccare la borsa dalla mia cintura, rotolò sul sagan per sedersi presso di lui, e levandosi di un salto immerse il capo nello stomaco di Justus. Aveva già brancolato dovunque, nei capelli di Moab, sul mantello di Menahem, nelle tasche del sagan, sul tavolo per prendere una carta, sopra un armadio per volgere una chiave nella sua toppa. Finalmente sembrò equilibrarsi in mezzo del salone, e dopo aver sbadigliato, com'uomo che ha fame, e fatto scoppiettar la lingua, com'uomo che ha sete — del resto fame e sete aveva perpetuamente — gridò con voce acuta:
— In fede mia, vo' a raccontarvela. Calza così bene all'affare come un letto a dei sposi novelli.
— Fa d'esser corto, sopratutto, disse il sagan.