— No, ma restar fuori, sotto l'aria della notte e la rugiada del mattino....

— Raffreddarsi questa notte, quando si deve esser crocifissi domani sera....

— Domani è sabato, rispose Menahem senza scomporsi.

— Dopo dimani dunque.

— Tu credi che la finirà così?

— Diamine! Tutto dipende da voi.

Hannah mi chiamò.

Menahem restò a riflettere, il dosso appoggiato ad un angolo della finestra, la testa alta, lo sguardo perduto nel cielo. Lo additai ad Hannah che crollò le spalle.

Quella pietra pomice non si commoveva per nulla.

Menahem aveva allora l'età mia: non ancora ventitrè anni. Superava la statura ordinaria degli uomini della Siria, solido come la torre Ippiana. Il sole che tramontava, rischiarando la metà del suo viso, dava dei riflessi dorati alla sua pelle abbronzata. Il suo naso leggermente curvo, le labbra rosee e carnose, i denti bianchi come quelli dei carnivori del deserto, la fronte annegata sotto una foresta di capelli neri come quelli di Giuditta, separati in sul cocuzzolo, alla moda dei Galilei, il suo collo alto, rotondo, liscio come una colonna di porfido, tutto indicava in lui il coraggio, la forza, la volontà e l'amore. Io ammiravo quella figura mezza nell'ombra, e mezza immersa nella luce, quello sguardo che scrutava le profondità. Menahem portava una tonaca color vino, legata al fianco con una ciarpa bianca, e da cui usciva una spada ad impugnatura d'oro, più corta di quelle usate dai Romani. Un mantello nero copriva tutta la persona fino alle ginocchia.