— Fame! Ahimè! la fame è una voluttà che Dio ha serbata alla plebe, che neppur ne lo ringrazia. Io non principio ad aver fame che al sesto giorno dopo l'ultimo mio pasto.

— È peccato che non l'abbia saputo prima, mormorò Claudia; ti avrei procurato questo piacere, facendoti godere per qualche giorno di più dell'ospitalità della torre Phasaelus.

Il primo servizio era composto d'ova, olive bianche e nere d'Atene, cotogni del Libano conditi con miele e papavero, dei sanguinacci arrosti serviti sopra un letto di prune della Siria, e pasticceti di melogranate, di lattughe, e di garum (il caviale dei nostri giorni) che si paga alla libbra quel tanto che basterebbe a mantenere una legione.

— Ti piacciono le ova? mi domandò Claudia, mentre una schiava egiziana ci presentava un paniere d'argento e ce ne offriva sopra un tondo dell'istesso metallo.

— Sì, risposi io, ma ite in pulcini.

— Peccato, replicò Claudia, perchè eccole lì che se ne vanno in canari.

Infatti, rompendo le nostre ova di pavone, ne volò fuori un piccolo uccellino giallo, nel tempo stesso che una uccelliera s'apriva all'altra parte della sala e la riempiva d'un nuvolo d'uccelli di tutti i colori. Si sarebbe detta una pioggia di pietre preziose. Svolazzarono per un momento e poi fuggirono dalle finestre che davano sul giardino.

Da due giorni, io non aveva nel mio stomaco che due ova; Claudia lo sapeva. Nondimeno mi limitai a sfiorare quelle vivande che avrei voluto divorare.

— Pare che ier sera Cneus Priscus abbia avuto la inaccortezza di arrivare nella tua casa all'ora della cena, e che abbia attristato un bel visino.

— Sì, quel povero Bar Abbas, la cui parte dritta della faccia scappa a furia per non veder la sinistra.