Verso la sera del secondo giorno da che avevamo lasciato Bathabara, Marta era occupata nel giardino in queste faccende, quando ci scorse da lungi e riconobbe il Rabbì.
Si precipitò al suo incontro, e gli raccontò tutti gli incidenti della morte del fratello. Il Rabbì si turbò e sospirò. Marta lo lasciò e andò ad annunziare secretamente il di lui arrivo alla sorella. Maria non seppe nascondere la sua gioia. Diede in un grido ed accompagnata dai vicini che le facevano visita, si avanzò verso il Rabbì che mi parve terribilmente preoccupato. Maria gli raccontò allora altri particolari della malattia, altri sintomi della morte. Gesù volle vedere, e si diresse verso la grotta. Egli intravedeva in questa avventura — l'ho già detto, ed egli stesso l'aveva detto — un'occasione di attestarsi in maniera strepitosa come figlio di Dio «a causa del popolo che lo circondava, e che poteva crederlo inviato da Dio[17].» La pietra della porta tirata da banda, vedemmo Lazzaro coricato, la testa verso l'apertura. Il Rabbì allungò la mano sopra di lui, la tenne lungamente su quella testa e su quel petto, poi pregò, gli occhi rivolti al cielo. Infine, sclamò:
— Grazie, Padre! tu m'hai ascoltato.
Allora, indirizzandosi a Lazzaro, gli gridò con voce possente:
— Lazzaro, alzati e vieni fuori.
Lazzaro si alzò come dal suo letto, senza dare alcun segno di stupore nè di riconoscenza, e rientrò tranquillamente in casa. I suoi amici, che lo avevano creduto morto, portarono a Gerusalemme la notizia che il Rabbì di Nazareth l'aveva risuscitato.
Questa notizia non poteva a meno di giungere alle orecchie di Hannah e di Caifa. Essi seppero così che il Rabbì era di ritorno a Gerusalemme, e che veniva coll'intenzione la più determinata di provocarli. Hannah pensò che il Rabbì venisse altresì per avere con noi quella conferenza cui non ha guari aveva evitato partendo precipitosamente. All'indomani, benchè giorno di sabbato, Gionata figlio di Hannah ascese a Bethania per ricordare a Gesù l'impegno preso di incontrarsi coi delegati dei partiti.
Lazzaro, avendo ancora d'uopo di riposo, Gesù aveva accettato a desinare da Simone il lebbroso, invitandovi i suoi discepoli. Questi, sempre poltroni, non avrebbero voluto lasciar partire il Rabbì dalla Perea, dicendogli: Essi ti lapideranno. Ma uno di loro, ed io stesso, avendoli fatti vergognare di tanta vigliaccheria, essi avevano accompagnato il maestro, anticipando così di una settimana il loro arrivo per la festa. Seguirono dunque il Rabbì dal lebbroso.
Questa audacia lambiva la demenza nella sfida che il Nazareno portava ai Farisei.
La lebbra era appo gli Ebrei ed in tutta la Siria una malattia orribile, prodotta sovente da vizii infami. E considerata quindi come un castigo di Dio. Essa era però più frequentemente occasionata dalla mancanza di cure, dal sucidume, e dalla stranezza di un clima ardente e secco. Si riteneva dunque un lebbroso come un uomo colpito dalla collera di Dio; ed i libri sacri e la legge orale erano stati relativamente indulgenti classificandoli come morti: morti dinanzi la legge, i diritti civili e le consolazioni del Tempio. Un lebbroso non poteva entrare nè in una sinagoga, nè da un amico, nè in un pubblico uffizio, in nessun sito insomma ove altri uomini si riunissero. Era obbligato di portar nudo il capo, i vestiti fatti in certa maniera particolare, e di color giallo come le prostitute, e di gridare, quando passava per le vie: «Fate attenzione, un impuro!» Come un cadavere, egli non poteva restare una sola notte dentro le mura di Gerusalemme. Lo si scacciava fuori dalle porte della città nell'Hinnon e Giosafatte, nella valle della Gehenna e dei cadaveri, riducendolo a disputare un buco ai cani ed alle bestie feroci. Ecco perchè il ricco Simone aveva la sua abitazione nel borgo di Bethania.