Ora, un lebbroso non era soltanto una persona maledetta, ma la sua vista faceva orrore.

Il Rabbì accettò da pranzo presso questo contaminato: prima, perchè egli non ne sentiva per nulla la ripugnanza, poi perchè sfidava la legge di Mosè, e non ne divideva le viste sul capitolo delle impurità. I discepoli accompagnarono il loro maestro, perchè e' non avevano volontà propria, perchè avevano l'abitudine di sedersi a qualunque tavola che lor offrisse da mangiare ad ufo, e perchè il pranzo di quel ricco disgraziato prometteva d'esser sontuoso: buona fortuna che loro accadeva raramente.

Il Rabbì, per conto suo, non sapeva mai ciò che mangiasse. Per lui una radice d'erba ed uno storione avevano il medesimo valore. Ma i suoi discepoli gustavano il lauto vivere, sopra tutti il piccolo Giovanni, che era addimandato il figlio della folgore, e che avrebbe dovuto esser chiamato il figlio della pentola. Il Rabbì ignorava il valore del danaro e la distinzione della proprietà. Non era avaro di ciò che possedeva, ma non faceva complimenti neppure per imporsi altrui con un'ospitalità sovente incomoda e costosa. Ci trascinò quindi con lui alla tavola di Simone.

Quando vidi quest'uomo, indietreggiai spaventato. Credetti trovarmi con un leone reso deforme. Il suo viso era lucido come uno specchio. Il suo alito infettava l'atmosfera. Il corpo coperto da tubercoli scagliosi e grossi screpolava ad intagli come la pelle di un elefante. La grossezza delle vene rendeva la pelle callosa. Nessun pelo sul viso. I rari capelli che sbucciavano sul suo capo erano divenuti bianchi. La pelle del capo si divideva essa pure in tagli molteplici e irrigiditi. La faccia era coperta da escrescenze dure, appuntite, bianche alla cima, verdastre alla base. Quando respirava mostrava una lingua irta di tubercoli come grani d'orzo. Delle volatiche coprivano le dita, i ginocchi, ed il mento. Le pomette delle guancie rosse e gonfie; gli occhi di un colore di rame, oscurati, velati sotto le profonde rughe cagionate dalle sopracciglia contratte; le labbra tumide; il naso carico di sarcosi nerastre; i denti neri, le orecchie floscie, allungate come quelle dell'elefante; in tutto il corpo, delle ulcere che davano un umore nero e fetido, le nuove rodendo le vecchie... tale era Simone.

Quando vidi quel mostro spaventevole, protestai di non aver fame, d'esser ammalato, d'aver bisogno d'aria, e restai nel giardino. Io vi passeggiava quando entrarono, uno dopo l'altra, Maria di Magdala e Gionata.

Maria non potendo più a lungo tollerare l'assenza prolungata del Rabbì, aveva preso una singolare risoluzione, seguendo del resto il precetto di costui.

Aveva venduto la sua piccola casa di Magdala. Del prezzo che ne aveva ricevuto, aveva comperato da un profumiere di Tiberiade una fialetta di essenza di nardo, e precedendo la compagnia dei Galilei, si recava al paschah. Maria sapeva ove il Rabbì alloggiava, ed era venuta a raggiungerlo. Sia che l'orribile puzza del sito le avesse ispirato tale idea, o che avesse un progetto preparato, vedendo il Rabbì addossato al lebbroso, ella si avvicinò a lui e gli versò sui capelli i profumi del suo vaso.

Il Rabbì se ne andava in broda di giuggiole a questi atti di deferenza e di delicatezza. Amava anche gli odori e i profumi, e molto i fiori; ma sopratutto si mostrava tenero delle profusioni che si usavano per la cura della sua persona. Ciò aveva un non so che d'aria regale; ed egli si spacciava per figlio di Davide. L'atto fastoso di Maria lo inebbriò. Tanto più ch'ella si mise ad asciugargli i piedi con la sua splendida capigliatura, dopo averglieli profumati alla foggia romana. Ora questa prodigalità di profumi non ebbe lo stesso successo appo i discepoli, che appo il loro maestro. Simone, che conosceva il valore del denaro e sapeva che da una settimana io riempiva una borsa che m'era stata confidata vuota, brontolò senza ritegno; poichè quel villano era franco nella sua rustichezza. Le osservazioni sopra questo spreco di odori continuavano, allorchè si avanzò Gionata. Egli aveva assistito col sorriso sulle labbra alla scena di Maria; ed il Rabbì lo aveva osservato.

Gionata espose il messaggio di suo padre. I discepoli del Rabbì parvero contenti di questo atto del sagan, perchè lo presero per un ossequio di deferenza, forse di sommissione, e si videro quasi collocati sui gradini di quel trono nelle tribù d'Israele cui il Rabbì aveva promesso a ciascuno di essi. Se la madre di Giacomo e di Giovanni, quella piccola e petulante mestatrice seccante che aveva chiesto al Rabbì un posto più considerevole pei suoi figli, fosse stata lì, avrebbe pianto di gioia. Gesù invece si turbò; io impallidii. Noi indovinammo quale sarebbe stata la conclusione della conferenza. Ma l'aria offesa che mostrò Gionata del trovarsi in un simile luogo, quantunque si fosse fermato sulla soglia della corte interna, il contegno pressante manifestato dai discepoli, il mancare di buone ragioni per evitare questa esposizione dei suoi principii, cui si aveva diritto di chiedergli poichè egli insegnava nel tempio, impedirono a Gesù di rifiutare o protrarre il convegno. Accettò dunque, e la riunione fu fissata pell'indomani in casa del sagan, all'ora ottava.

L'ora era avanzata, e temendo di trovar chiuse le porte della città, io discesi con Gionata a Gerusalemme.