I Zeloti, o a meglio dire i discepoli di Giuda di Gamala, vollero scandagliarlo alla lor volta. La questione che gli proposero era capitale.
L'ebreo paga due sorte di tributi: la tassa di Dio e la tassa di Cesare. La tassa del Tempio — mezzo siclo — era stata per molti anni discussa fra i Sadducei ed i separatisti. Questi ultimi avevano finalmente fatto decidere dal sanhedrin che la era forzosa, e che la si doveva pagare al primo del mese di nizan. Questo fondo serviva a comperare le legna da brucio, l'incenso, il pane azzimo, ed a pagare i familiari del Tempio. Il popolo aveva vinto in questo sopra l'aristocrazia che vi era renitente. La tassa di Cesare invece era acconsentita dai Sadducei, e contestata dai separatisti. L'aristocrazia sapeva che il governo costa; che se il popolo non paga, le classi ricche sono responsabili dinanzi alla legge. Il gran sacerdote Ioazar, secondato da Hillel e dai Farisei moderati, aveva persuaso il popolo di pagare questo denaro per ogni testa (ottanta centesimi), ed il popolo aveva pagato — tranne i Galilei che consideravano quella tassa come un segno di schiavitù, e come un'offesa a Dio, mettendo Dio e Cesare all'istesso livello.
Da questo punto di vista, i Zeloti proponevano al Rabbì una questione capziosa, chiedendogli se si doveva pagare la tassa di Cesare. Rispondeva di no? avrebbe avuto a fare con Pilato. Rispondeva di sì? abbassava Dio al livello di Tiberio.
Il Rabbì, quantunque in apparenza semplice e ingenuo, scoprì la perfidia. Egli si fece mostrare una moneta ove stava l'effigie di Cesare, e rispose senza rispondere:
— Rendete a Cesare ciò che è di Cesare.
E lasciò il Tempio.
In quell'istesso momento Bar Abbas si presentava da Ida.
— Ah! ah! sclamò egli entrando nel tablinum, sono io, il tuo caro barba, io Gesù Bar Abbas, ex-legionario romano, fulmini ed allegria! Devi esser stata bene in allarme della mia lunga assenza, fanciulla mia. Ma cosa vuoi? io mi sono ingolfato nella vita pubblica che mi assorbe, mi divora, mi consuma: io mi voto alla patria. Gerusalemme non ha che due cose necessarie e due meraviglie: il Tempio e me. Consolati dunque, cara Miriam, eccomi qui.
— Ero già bella e consolata, rispose Ida.
— Ne sono incantato, abbagliato, sorpreso. Non abbiamo più quelle ubbie per il capo, eh! Abbiamo fatto un bel bucato di tutte quelle grandi passioni, quelle nostre disperazioni? Tanto meglio, bambina mia, tanto meglio. Io ne perdeva la pace, il sonno e l'appetito.