— Parla.

— Ida, io ti lascio.

— Come? tu mi lasci?

— Ida, amo mia moglie.

Le braccia d'Ida si sciolsero a poco a poco, un gemito sordo si sprigionò dal suo petto, e cadde al suolo fulminata. Pilato la prese fra le sue braccia, la posò dolcemente sul letto, e s'inginocchiò al suo capezzale, spiando, con gli occhi annegati di lagrime, il suo ritorno alla vita. Scorse lungo tempo. Finalmente, poco a poco, le pallide guancie, le labbra scolorite d'Ida si animarono, un soffio ardente traversò la sua bocca, le sue diafane narici palpitarono, le palpebre si aprirono dolcemente, smisuratamente, l'occhio ceruleo brillò come la stella mattutina, le lunghe ciglia tremarono; poi alzandosi di un colpo sul letto, gettando le braccia al collo dell'amante, e scoppiando in un riso convulso, ella gridò:

— Oh! amico mio, che sogno infame ho io fatto.

Pilato diede in un lungo sospiro, e tacque.

— Indovina! continuò Ida, ho sognato che tu mi lasciavi, dicendomi con voce breve e mortale: Amo mia moglie.

— Ida, non hai sognato.

— Non ho sognato, dici? gli è dunque vero! è vero che m'abbandoni e che ami quella donna, bella.... oh! bella, che ho veduta nel circo?