XXIV.

Il Rabbì di Nazareth era venuto a Gerusalemme in una disposizione di spirito diametralmente opposta a quella in cui l'avevo lasciato a Cafarnaum. Il rapido giro ch'egli aveva fatto nelle Provincie non ebree, gli aveva aperto gli occhi su quell'orrore pei Romani, di cui io credeva animato il popolo Israelita. La sua missione perdeva dunque la base politica, sulla quale egli non avrebbe sdegnato di appoggiarla.

Egli riconosceva bene l'esistenza del sentimento ebreo che sospirava un liberatore, un messia, il quale lo francasse dallo straniero. Ma egli aveva riconosciuto altresì che questo sentimento non era abbastanza intenso da farsene una leva di sovversione politica, e di elevazione personale. Occorreva dunque rinunziare a quel mezzo di attrarre il popolo dietro a sè. Egli attribuiva la tiepidezza della plebe alla soddisfazione dei Sadducei, alla interessata rassegnazione dei Farisei. In realtà, per gli uni, il dominio romano era la pace; per gli altri, una tregua, durante la quale lavorerebbero a scalzare la supremazia dei loro rivali. Il Rabbì detestava gli uni e gli altri come traditori verso Dio, di cui egli si era proclamato figlio, e traditori verso il popolo di cui egli si faceva sgabello. La sua grande parola pronunciata, la sua missione dichiarata, esposte le sue dottrine, i suoi discepoli inquieti, ma all'erta, — che poteva ormai fare il Rabbì? Il cielo stesso della sua provincia rotolava tuoni contro di lui. Di tutte le mie insinuazioni, non aveva ascoltato che il consiglio, appoggiato dall'evidenza quotidiana, di cangiare il teatro delle sue prediche, e di venire a spiegare la sua attività a Gerusalemme. Colpito il capo, il corpo cadrebbe da sè. Era dunque arrivato a Bethania, la vigilia del Purim, con un piano stabilito di condotta: confondere i suoi nemici, trionfare o soccombere.

Il Rabbì non mi disse verbo pertanto nè del suo cangiamento interno, nè delle sue disposizioni aggressive. Non lo seppi che troppo tardi, ahimè! quando un seguito d'imprudenze aveva reso il male irreparabile, ed il rimedio impossibile. Poi, altre complicazioni vennero a precipitare la catastrofe.

Così, dall'indomani del suo arrivo, il giorno stesso del Purim, mentre Gerusalemme guazzava nelle orgie dei suoi saturnali, il Rabbì di Galilea principiava la sua gran battaglia sotto il portico di Salomone nel Tempio. Quando arrivai per vederlo ed invitarlo alle mie nozze, lo trovai circondato da popolo, da leviti, da scribi, sofisticando con un astuto rabbino che gli aveva chiesto:

— Cosa devo fare per avere una particella nell'eredità della vita eterna?

— Ciò che è scritto nella legge, rispose Gesù; l'hai tu letta?

— È il mio mestiere.

— E cosa vi hai letto?

— Ama Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutto il tuo spirito, ed il tuo prossimo come te stesso.