Nè si scorda il nostro gentile poeta delle donne bibliche. Otre Rachele, come detto abbiamo, pone il poeta nel più alto seggio in Paradiso (canto XXXII, v. 10-11) Sara, Rebecca, Judith e colei
Che fu bisava al cantar che per doglia
Del fallo disse: Miserere mei
cioè Ruth bisavola di Davide, autore del salmo LI che incomincia Miserere.
Nè voglio andar oltre in citazioni che seccherebbero il lettore, solo mi permetto domandare: C'è in tutta la Divina Commedia — come qualche spirito partigiano potrebbe supporre — una sola frase, una sola parola che suoni disprezzo, odio agli ebrei? No, e no. Dante amava troppo il suo Immanuele per potere — cristiano convinto com'era — sfogare la bile che allora nutrivano le teste piccine — e ce ne son purtroppo anche adesso — contro di essi. Egli non espresse mai un concetto che potesse in qualsivoglia modo ferirne la suscettibilità. Dante — lo si può dire altamente — amava gli ebrei, nè di odiarli aveva ragione alcuna.
Ci si vorrà chiuder la bocca col verso (Paradiso, XXXII, v. 132) in cui li chiama:
La gente ingrata, mobile e ritrosa?
Ma qui, come osserva a proposito l'Andreoli, Dante non fa che ripetere i rimproveri dello stesso Dio ai tempi di Mosè
Quel duca sotto cui visse di manna
il popolo ebreo.