Il canto XXVI del Paradiso è pieno d'immagini non solo, ma di cognizioni bibliche e giudaiche. Basterà il verso 134 che va letto
J. s'appellava in terra il sommo bene.
Afferma il Lampredi (V. il Comento del Costa), secondo un codice da lui veduto in Napoli « che Dante con quell'J. volle significare il nome ebraico Jehovah con cui era invocato il nome di Dio, e fece uso della sola iniziale J. per denotare che la predetta sacrosanta parola non si poteva scrivere interamente non che proferire dai profani ». Proprio come si legge nella Misnà e nel Talmud.
Ora come si può concepire che senza l'aiuto d'Immanuel, Dante conoscesse certe cose? E come spiegare il tanto bistrattato verso
Rafèl mai amech zabi almi
che trovasi nell'Inferno canto XXXI, se non si ricorre all'ebraica lingua o meglio alla talmudica, ch'è un misto di ebraico e caldaico, come adoperò spesso anche l'Immanuele nelle Mechaberod? E quello che è più interessante — lo diremo alla moderna — è l'osservare come il poeta cristiano pur volendo adoprar parole suggeritegli di certo dal poeta ebreo, poco pratico com'era nel trascriverle, si trovò come un pesce fuor d'acqua e ne storpiò più d'una, siccome fatto avea nel Pape Satan.
Leggete infatti come volete il verso « Rafèl mai amech zabi almi » e ci troverete sempre una sillaba di meno. Ma non ce la troverete più se lo leggete come vuole l'ebraico: Refa el mai amech zebai almi, e che vale — come giustamente osserva l'amico nostro Jona — « Lascia o Dio! Perchè annientare la mia potenza nel mio mondo? » esclamazione di Nembrotte il superbo, accasciato in veder la sua potestà ridotta ad un bel nulla.
In questo modesto studio non facciamo (e il lettore deve averlo capito) un commento filologico, nè possiamo quindi dar tutte le ragioni che militano in favor nostro, ragioni che stringeremo in una sola, anzi in due: È egli possibile che Dante abbia messo insieme quelle parole, come vogliono molti, per non dir niente? O è possibile che siano siriache od arabiche, mentre Nembrotte — e tanto meno Dante — non conoscean quelle lingue, e l'ebraico, Nembrotte certo conosceva e coll'aiuto d'Immanuele potea conoscer un tantino anche Dante?[[11]].
VII.
E qui vorremmo sfiorare appena il soggetto sulle idee che il divino poeta nutriva intorno agli ebrei. Se non che la tela è lunga nè basta un opuscoletto a svolgerla anche in tutta fretta.