PRUDENZIO. Et in casu necessitatis me ne andarò ad osculare i piedi al clavigero portitore cellicolo, idest del beatissimo pontifex maximus, in nel suo proprio solio, quando pur me farete fuori del debito; bench'io non multi facio le parole vostre degne di reprensione.
MALFATTO. O quello! Addio. Fit!
PRUDENZIO. Ché noi non siamo per comportarci alcun dedeco, idest mancamento.
MALFATTO. Mastro, volete far alle pugna con lui, che ve terrò la cappa?
Voi me guardate? Dico da vero, alla fé.
CURZIO. De grazia, mastro, avertite ai casi vostri.
PRUDENZIO. Non bisogna minarci per essere catrafatto con l'ense ferreo e col pugione e col famulo satellito. Ma voi non sapete ancora quanto conato abino le umane lettere appresso i buoni discipuli concivi e munifici che sono copiosi di famuli e di gladiatori.
CURZIO. Questa pecora gridará tutt'oggi.
MALFATTO. O quello delli quatrini! che fai?
PRUDENZIO. Testor Deum ch'io voglio andare nunc nunc al tribunale della Reverenzia dil Monsignor Governatore e dechiarargli pedetentim tutte le superfluitá che se fanno in questa terra alli omini del Gimnasio romano.
RUFINO. Leviamocelli dinanzi, patrone.