CURZIO. E pur lá ritorni.
RUFINO. Ci torno, signor sí; e ritornaròvi sempre, ché voi non avete però causa di volergli male.
CURZIO. Io, per me, non gli vo' male. Tu hai torto.
RUFINO. Assai mal me pare che li vogliate, quando la tenete lontana da voi. Ma ricordatevi che lei è donna ed è bella e giovane; e, se voi che sète uomo non possete contrastare ai stimoli della carne, che fará lei ch'è di piú fragile e di piú debole complessione?
CURZIO. Rufino, tu vedi ch'io volentieri ascolto i consegli tuoi. Ma ti priego che, per adesso, non ne parliamo. Lasciamo passare un po' qualche giorno ancora; e poi qualche cosa sará.
RUFINO. Eimè, che non ne farete altro! per ciò che, se nne avessivo voglia, lo farestivo senza aspettare che vi uscissino questi danari delle mani, che sono perduti per voi. E non so che vi conoschiate piú in costei ch'in vostra moglie; ché, per mia fé, val piú un'ogna del piede suo che non tutta lei insieme.
CURZIO. Tu non la vedi come la vedo io: però parli cosí. Poi io non me la piglio per moglie.
RUFINO. E' si dice ben cosí; ma…
CURZIO. Ma che?
RUFINO. Voglio dire ch'ell'è peggio: ché le moglie patiscono di quelle cose che non patiscono le concubine. Oltre che vi pelano e vi tirano sino al sangue. Ed èvvi vergogna e danno all'anima e alla borsa.