Dal discorso di S. E. appariva chiaramente il desiderio di provare con nuovi atti che la Francia ci è e ci sarà amica, ed a tal uopo mi parlò della sollecitudine con la quale il suo governo aveva consentito alla sottoscrizione del trattato di commercio. Mi disse che ci saremmo nuovamente veduti.

Del contegno del duca Decazes e del complesso delle sue parole, restai pienamente soddisfatto. Bisognerebbe supporre che egli fosse un grande simulatore per dubitare del suo linguaggio. Egli non fece che lodarsi del nostro governo e del nostro popolo e parlò pieno di ammirazione del nostro Re. Disse che noi abbiamo dato prova di grande saggezza politica e che la nostra condotta col Vaticano è stata corretta. Sul che sento il bisogno di riferire a V. E. un'opinione manifestatami da lui e la cui importanza non isfuggirà alla di lei sagacia: il duca Decazes si disse convinto e mi dichiarò di averlo ripetuto ai suoi colleghi, che alla morte del Papa il conclave funzionerà nel Vaticano con tutta la pienezza della sua libertà. Mi soggiunse che tale sarebbe pur l'avviso del cardinal Guibert, dopo il di lui ritorno da Roma.

Dopo ciò chiudo la lunga lettera con dirmi dell'E. V.

Il devot.mo aff.mo amico
F. Crispi.»

«Parigi, 5 settembre 1877.

Mio caro Depretis,

Il 2 corrente ti spedii una mia ufficiale, alla quale dà seguito, anzi complemento l'acclusa. L'ho scritta in modo che tu volendo potrai, dopo averne preso copia, consegnarla al ministro degli Affari esteri.

Lasciamo da parte le pastoie ufficiali e ragioniamo da vecchi amici e patrioti.

Ho visto i principali uomini politici del paese, tra cui il Gambetta,[2] col quale sono rimasto lungamente, e il 3 corrente pranzai. Ho potuto quindi farmi un'esatta opinione delle cose francesi e saperne, per quanto possibile, le intenzioni.