Eccellenza,

Ieri fui ricevuto dal Ministro degli Affari esteri. L'ora tarda non mi permise di riferire immediatamente a V. E. la lunga nostra conversazione, la quale versò su vari argomenti riferentisi ai due paesi.

Il duca Decazes cominciò col ringraziarmi del contegno nostro in occasione della interrogazione alla Camera del deputato Savini. Risposi, che Camera e Governo nulla fecero che non fosse stato il loro dovere, non potendo certamente permettersi che alla tribuna italiana si discutessero e si criticassero le cose interne della Francia, ed espressi l'opinione ch'essi a Versailles avrebbero fatto lo stesso per noi.

S. E. venne quindi discorrendo della necessità di un accordo completo fra le due nazioni, e su questo punto parlò lungamente sforzandosi di dimostrarmi come la Francia non possa avere che sentimenti di amicizia per noi. Al di là delle Alpi — S. E. disse — è una nazione alla quale la Francia è legata da interessi economici, morali e politici, e sarebbe un vero delitto conturbare la necessaria armonia dei due popoli. Accennò intanto, come ad un elemento di possibile dissidio, all'esistenza fra noi di un partito ch'egli definì «prussiano», ma lo fece con un tal garbo da lasciare intravedere il desiderio che cotesta opinione non lasciasse una disaggradevole impressione sull'animo mio.

Alla mia volta dichiarai subito che nel nostro paese noi siamo Italiani; che tutti, senza distinzione di partito, esclusi unicamente i clericali, non abbiamo altro interesse che quello della nazione, e che sarebbe un errore il presumere che potessimo o volessimo governarci seguendo i consigli o ricevendo l'influenza di un governo straniero qualunque. In quanto alla Francia, tutto ci spinge a sentire per lei e praticare una sincera amicizia: le tradizioni di civiltà, l'educazione, gli studi, le leggi, i commerci ci uniscono alla medesima, e nulla sarà fatto da parte nostra per rompere cotesto legame onde sono naturalmente congiunte le due nazioni.

S. E. allora riprese dicendomi che non sapeva però spiegarsi lo scopo dei nostri armamenti e sopratutto delle fortificazioni di Roma state ordinate ultimamente; ritornò quindi sull'argomento delle intenzioni affatto pacifiche del suo Ministero ed affermò che in Francia nessuno dei partiti possibili al governo commetterebbe la follia di far guerra all'Italia. Sono passati i tempi — il ministro soggiunse — in cui portavamo le nostre idee con le armi negli altri paesi. Dopo i nostri disastri abbiamo appreso che sono altre le vie da prendere onde far valere nel mondo le proprie opinioni.

Su ciò sentii il bisogno di esplicare la condotta del nostro governo e dissi che quanto si fa oggi da noi non ha nulla di eccezionale. L'Italia ha bisogno di pace perchè ha bisogno di compiere le sue riforme amministrative e finanziarie, e di sviluppare e consolidare le sue istituzioni pubbliche. In quanto all'esercito noi non facciamo che trasformarne l'armamento e completarlo e ci vogliono ancora molti anni per raggiungere cotesto scopo. Le fortificazioni di Roma, poi, non sono un fatto speciale, ma la parte di un complesso di disposizioni per la difesa territoriale dello Stato. Ricordai che sin dalla costituzione del Regno era stata nominata una commissione, sotto la presidenza di S. A. R. il principe di Carignano, coll'incarico di studiare un sistema di fortificazioni il quale rispondesse alle nuove condizioni della penisola. Dissi che cotesti studi furono già terminati, che furono votate le somme necessarie dal nostro Parlamento sin da parecchi anni addietro, ma che nulla ancora fu fatto, essendo anzi tutt'ora integre le fortezze elevate dai principi caduti con intendimenti e scopi contrari all'attuale ordine di cose. Dimostrai quindi che le fortificazioni di Roma entrano in cotesto piano generale di difesa nazionale e conclusi che la Francia non ha motivo di allarmarsene, coteste opere non essendo e non potendo essere interpretate quale una dimostrazione ostile contro di lei.

S. E. parve acchetarsi al mio ragionamento e poichè lo vidi così ben disposto credetti propizia l'occasione di portare la nostra conversazione sopra un altro argomento, quello cioè dell'applicazione ai nostri concittadini, nel territorio della Repubblica, delle disposizioni dell'art. 3 del nostro Codice Civile.

Spiegai lo scopo e le origini di cotesto articolo, ricordai le trattative intavolate altra volta perchè ne fossero accolti i principii in Francia, mercè una convenzione internazionale, e finalmente accennai alla giurisprudenza delle Corti Supreme le quali, per diritto di ritorsione, cominciano ad applicare ai francesi in Italia l'art. 14 del Codice Napoleone. Non omisi di dimostrare che, allo stato, farebbe un ottimo effetto nel nostro paese la stipulazione di un trattato che sanzionasse cotanto progresso.

S. E. ascoltò con benevola attenzione e si dichiarò pronto a trattare. Disse che avrebbe richiamato i precedenti e li avrebbe studiati affinchè potessimo altra volta ragionare consideratamente per venire ad una conclusione. Anch'egli, il Ministro, sente il bisogno che l'art. 3 del nostro Codice Civile sia ricevuto in Francia in favore degli italiani e mi promise che metterebbe tutta l'opera sua perchè la domanda fosse esaudita.