E dopo questa dichiarazione dava istruzione al r. Agente di astenersi da atti che implicassero riconoscimento, pur usando al Principe i riguardi dovuti, e mantenendo col governo principesco i rapporti di fatto necessarii.

Dopo poco, l'Austria-Ungheria dava al suo agente in Bulgaria analoghe istruzioni.

L'11 agosto l'Incaricato di affari di Russia si presentò alla Consulta per dichiarare che il suo Governo non riconosceva la validità della elezione, che aveva cercato di dissuadere indirettamente il Principe dal recarsi in Bulgaria, e che si credeva obbligato di dichiarare illegale la di lui apparizione nel principato per mettersi alla testa del Governo. Il gabinetto imperiale faceva appello alle Potenze sperando di non trovarsi solo ad esigere il rispetto al trattato di Berlino.

Crispi rispose che si sarebbe messo in comunicazione con gli altri gabinetti, e che il governo italiano non aveva cessato di considerare il trattato di Berlino come la base necessaria per la soluzione della crisi bulgara.

Propostosi l'intento di appoggiare l'eletto della nazione bulgara e di cogliere l'occasione per acquistare all'Italia prestigio e simpatie nella penisola balcanica, l'on. Crispi cercò innanzi tutto di assicurarsi l'appoggio dell'Inghilterra, la quale, dapprima non contraria al principe Ferdinando, aveva poi fatto comprendere alla Russia che vedeva l'elezione di lui “con indifferenza„, e alla Bulgaria che “non riputava vantaggiosa agli interessi del principato la scelta del Coburgo„.

Come l'on. Crispi regolasse la condotta dell'Italia nelle fasi successive della questione, e riuscisse a formare il gruppo italo-anglo-austriaco che impose il non intervento nelle faccende interne della Bulgaria, si rileva dai documenti che seguono:

«12 agosto.

A S. M. il Re,
Monza.

Lord Salisbury dette istruzioni al suo agente a Sofia di trattare il principe di Coburgo come un parente della Regina. I gabinetti di Parigi e di Vienna avranno con lui relazioni come governo di fatto e senza pregiudicare la questione di diritto.

Crispi.»