Il nostro paese è tranquillo; noi non temiamo i partiti sovversivi. I nostri internazionalisti sono rari e non verrebbero mai all'azione. In caso di assalto straniero, tutte le classi sociali concorrerebbero alla difesa del territorio nazionale. In caso di spedizione all'estero potremo fare i maggiori sforzi, perchè all'interno non avremmo a temere insurrezioni.

Noi non possiamo dirci disinteressati nella questione orientale. Non possiamo permettere che la Russia vada a Costantinopoli. La Russia a Costantinopoli sarebbe padrona del Mediterraneo; le sarebbe facile valersi dei marinai che offre la Grecia, con la quale, pei suoi vincoli religiosi, potrebbe essere d'accordo.

Io non credo che la Russia diverrebbe più debole, prendendo Costantinopoli. Cotesto grande impero, allargando il suo dominio in Europa, potrebbe farne sua base, imperando facilmente sull'Oriente e sull'Europa.

Ad impedire che ciò avvenga, l'Italia segue la sua politica tradizionale. Al 1854 Cavour concorse alla guerra in Crimea, unendosi alla Francia ed all'Inghilterra, giusto a cotesto scopo; ed oggi l'Italia non potrebbe fare altrimenti.

Noi comprendiamo i pericoli che minacciano l'Europa, ed a scongiurarli ci siamo opposti a qualunque atto, che da parte della Russia o della Turchia potesse produrre la guerra.

A noi poco importa che in Bulgaria regni Alessandro di Battenberg o Ferdinando di Coburgo. È nostro interesse soltanto che colà non sia turbata la pace. E la pace vi sarebbe turbata, se le grandi Potenze accettassero la proposta russa di demolire in Bulgaria quello che di fatto vi esiste, con l'invio di un luogotenente principesco. Il principe Ferdinando non partirebbe di buona voglia da Sofia, e se pur ne partisse i bulgari si opporrebbero anche con le armi al Luogotenente russo ed al Commissario turco.

Io non m'illudo sulle condizioni della Turchia. Quell'Impero è in dissoluzione, e da un momento all'altro può darsi che se ne apra la successione. Nei nove anni che seguirono al trattato di Berlino, nulla ha fatto il Sultano per riordinare la sua amministrazione. È un miracolo, anzi, ch'egli continui a sostenersi, il suo governo mancando dell'alimento principale della vita degli Stati, cioè delle finanze. L'art. 23 del trattato di Berlino gli imponeva di dare alle sue Provincie regolamenti somiglianti a quelli di Creta, ed il Sultano nulla ha fatto e le Potenze non lo hanno richiamato allo adempimento de' suoi doveri.

Il disordine attuale della Turchia può giovare alla Russia, che l'agguata, pronta a darle l'ultimo colpo. Ciò non può convenire alle grandi Potenze, le quali non possono permettere alla Russia d'impossessarsi di quel territorio.

In tale stato di cose, il dilemma che a noi si presenta è questo; o unirci per riordinare l'amministrazione della Turchia, difenderla ove ne fosse il caso, impedire insomma che essa precipiti, o preparare le basi per un governo o più governi che dovrebbero essere sostituiti al turco.

In questo secondo caso io non vedrei altro di meglio che, rispettando le autonomie delle differenti regioni, come la Macedonia, l'Albania, la vecchia Serbia, ecc., costituirle nel modo istesso, siccome oggi sono la Rumenia, la Bulgaria e gli altri Stati balcanici.