Vogliate, caro Bertolè, riflettere a tutto ciò e fate per la parte vostra che il Re e la patria nostra non abbiano a dolersi di noi.

Vostro aff.mo
F. Crispi.

In luglio, l'irritazione della Francia, cresciuta sino al parossismo, cagionò un grande allarme. Da varie parti, Crispi era informato che quel governo cercava un pretesto per rompere con l'Italia, e aveva notizie sicure di pressioni francesi sul Vaticano, intese a indurre Leone XIII a partire da Roma. L'ambasciatore di Francia presso il Papa, Lefèvre de Béhaine, si era recato a Parigi alla fine di giugno ed era tornato al suo posto, autorizzato a promettere formalmente al vecchio Pontefice — irritato per la recente inaugurazione di un monumento a Giordano Bruno in Campo di Fiori — che la Francia assumeva su di sè la soluzione della “questione romana„, se glie ne avesse dato occasione abbandonando la sua sede.

Il 12 luglio i timori di Crispi furono corroborati da informazioni precise di autorevole persona avente larghe relazioni in Francia. Gli era impossibile non tenerne conto, conscio com'era delle responsabilità sue dinanzi al paese.

Il Diario dice:

12 luglio. — Viene... e mi racconta notizie avute da S.

La sera chiamo Rattazzi [ministro della Casa Reale], che arriva verso le 11. Chiedo udienza al Re. Alle 11 ½ mi scrive che il Re mi riceverebbe la domani alle 10 ant.

13 luglio. — Alle ore 10 dal Re. Informo delle possibili aggressioni. Necessità di difesa. Vedere il Ministro della Guerra Bertolè, e riunire un Consiglio speciale, cioè, Bertolè, Brin [ministro della Marina], Cosenz [capo dello Stato Maggiore], io ed il Re.

Alle 11 viene Pelloux [S. Segretario di Stato alla Guerra] e mi dà conto di diserzioni nel corpo degli Alpini a S. Dalmazzo.